martedì 23 dicembre 2014

Portarmi via

Non ho avuto la pazienza
di colmare
la metà di te
che non cercava me.
Rimane
un letto disfatto
dove tu hai dimenticato
di portarmi via.




Dimenticare un sogno.


Dimenticare un sogno.
Cadere nel tuo sonno.
Adagiata come lunga attesa,
inarcata come schiena.
Come l’ultimo abbraccio,
quando riscattai
le solitudini
degli addii mai dati.







Immagine: Egon Schiele - Abbraccio 1912

domenica 21 dicembre 2014

Non-storie, non-luoghi


C’erano storie che erano nonsense vissuti in non-luoghi. Storie così, appese a un calendario di giorni più o meno uguali che improvvisamente si riempivano per il gusto di schiacciare un pisolino sulla solitudine.

Erano quelle storie strane, Amanda Gresti le conosceva bene, che lasciavano uno spazio quasi amplificato e centuplicato nel letto a due piazze, che se aprivi gli occhi potevi metterci a dormire almeno un paio di bambini. Perché dormire, aveva pensato da sempre Amanda, sapeva indicare lo stato di salute di una coppia: lui sul margine, lei sul margine, quasi uno spiedo il bordo del letto, eppure così comodo mentre nel sonno ci si rigirava. Ognuno rannicchiato dalla parte opposta. Pensava a "un basterebbe cambiare verso", ma ogni volta, con grande stupore, il gesto si ripeteva magicamente al contrario.

Erano storie anche di non-luoghi, ovvero di luoghi che esistevano solo perché li aveva visti per la prima volta con gli occhi di un altro. E quando ci ripassava, lei provava quasi nostalgia, ma ci pensava un forte rigetto ad allontanarli. Non era disprezzo. Era proprio un rifiuto incontrollato di vuoti mai colmati, posti che diventavano sacche nell’anima pronte ad aprirsi quasimatrioske che risuonavano come il rumore ossessivo di un bambino… boom, boom, boom. E ogni colpo la costringeva a voltarsi e a strizzare gli occhi, perché il cuore dentro rimbombava di silenzi.

La mente era spesso un confuso specchietto per allodole e anche per allocchi, con strani riverberi a cui si potevano persino appendere perline, palline, palle… mai avercele le palle per scegliere. E le vittime erano i migliori carnefici, le raccontava spesso suo nonno. Sapevano tessere con ricami di oro e argento le situazioni subite, senza neanche accorgersi di amplificarle sul prossimo. Malcelato tentativo di nascondere le solitudini, buona fede sì, ma travestita da sentimento che coesisteva con il proprio dolore, come un’altalena in cui scacciare un pensiero corrispondeva a vederlo riapparire un attimo dopo. Lei nel mentre si mostrava felice di librarsi nell’aria e raccontare parole anche d’amore.

Le vittime erano i peggiori carnefici, senza nemmeno volerlo. Così Amanda schiacciava solitudini e lasciava che altri iniziassero storie con lei. Erano di sesso, di amore, coinvolgenti, deludenti. Uomini impasticcati di viagra, uomini che la toccavano, la baciavano. Lei manteneva gli occhi chiusi, rigorosamente cuciti sui ricordi. A tratti le sembrava di sentire la sua pelle, il profumo di quell’uomo, quel petto così grande dove perdere il suo viso di donna innamorata.
Amanda rinchiudeva ogni volta il fantasma, quel fantasma, nell’armadio delle case che visitava o nel suo letto e si raccomandava che non uscisse, a volte lo pregava in ginocchio.

Troppo forte il suo profumo, troppo odio per averla abbandonata. E lei stessa che era stata trasparente nella vita di lui, un insignificante essere con cui scopare e a cui chiedere di accompagnarlo in giro nelle notti di solitudine, voleva che tutti diventassero fantasmi.

- Ma tu lo sai che facciamo l’amore, aveva esordito un giorno l’ennesimo tizio nel suo letto.
In quel momento il fantasma si era agitato dietro l’anta dell’armadio. Lei sapeva l’esatto posto dove origliava i suoi orgasmi, tra un vestito di seta a fiori e un pullover di lana maculato a ricordarle di essere stata una donna.

- Certo che lo so.
- Ma lo diresti all’uomo di cui mi hai parlato?
- Non ci penso proprio.

Aveva osservato il tizio allontanarsi intrecciando le mutande con i pantaloni. Non ci pensava proprio. Non aveva il bisogno di raccontare a chi entrava nel suo letto di avere un’altra storia. Perché lei non ne aveva mai cominciate e perché lui, il fantasma, ascoltava buono tra i vestiti i passi dell’ennesimo volto che usciva dalla loro vita. E tirava persino un sospiro di sollievo ogni volta che si ripeteva il rito della fuga. Significava aver vinto ancora.

Immagine: Harry Holland


martedì 16 dicembre 2014

Inverno di solitudini




Mi scruti, porte mai chiuse nei tuoi occhi.
Ti scruto, quasi primavera nei miei.
E un freddo inverno di solitudini da dimenticare.

Immagine: Paul Delvaux, La Joie de Vivre, 1937


domenica 14 dicembre 2014

Ritrovarsi

Le accarezza i capelli. Sa di alghe di mare sulla scia di un tramonto.
Lui rimpianti di cose perdute. Lei un groviglio di cose mai dette.
Profumo francese su sentieri annodati del corpo,
la pelle di lei quasi schiuma s’inerpica in cerca di quiete.
Le mani scivolano a misurare il suo corpo quando sarà lontano.
Ascolta il suo cuore per ritrovarsi dove è sempre stata.


lunedì 8 dicembre 2014

sabato 15 novembre 2014

Tempo di andare

Ti sei seduto sulla riva di un pensiero. Mi hai scrutata, i tuoi occhi due piccole stelle accese su silenzi troppo grandi.
Era sera, era solitudine, era sogno.
Le nuvole squarciavano senza pudore un cielo ancora poco assonnato. Arabeschi di luce dei lampioni filtravano tra le tende e si stampavano su lenzuola di lino profumate. Potevo sentire il tuo corpo, tra le mani impregnate di troppe assenze e solitudini. Potevo misurarlo il tuo corpo, palmo dopo palmo, dita intrecciate a cercare sentieri di per sempre assolati.
È spesso triste il tempo delle attese.
È sempre vuoto il tempo della mancanza.
Tu riempi con i lembi della tua pelle, che ho sfiorato, annusato, cercato, tu riempi cerchi concentrici di occhi stanchi di tempo.
Ti ho sognato stanotte. Eri calma e bufera, riposo e frenesia. Eri il bosco che si affaccia sull’autunno, quello di settembre, quando nelle mattine mezze calde di silenzi e ore troppo scure, dalla terra si alzano odori. Le prime foglie cadute, le prime foglie marcite e poi scalpiccio di solitudini dagli occhi bassi.
Ti ho sognato stanotte, avevi occhi stanchi ma ti sforzavi di rapire un desiderio che sapesse di vita. Un passato che è ancora presente, un sapore di infanzia nascosto tra il fazzoletto della tasca, un sorriso stampato a ricordarti di essere un uomo. Eri tu, con l’arcata di solitudini che si fondono con mille altri pensieri.
Eri tu e mi hai detto: - Tempo di andare. Con me.

Immagine Man Ray





giovedì 13 novembre 2014

Primavera rubata all'inverno

Nel cielo ritagliato di foglie d’autunno, parole nascono sulla bocca, già stanche di domani. Lei si passa la mano tra i capelli, profumo di oriente tra le pieghe dei vestiti, battiti del cuore lungo le linee della pelle.
Lui addosso mezze solitudini, lasciate appese ad asciugare come fossero pensieri. La mano di lei trema, quasi foglia sospesa a cercare il suo ramo; il viso di lui una pioggia di segni, senza pause né silenzi. Intersecarsi di linee dai contorni indefiniti, perse laddove cominciano: un amore, una solitudine, un dolore. I piedi raccolti lungo un viale di erbe calpestate e scricchiolii di pensieri. Solo un piccolo gesto a distrarre i loro occhi adagiati sulla terra umida. Fermati, sospesi, arresi. Primavera rubata all’inverno, barattata con quattro parole d’amore e un buon vino. Gli occhi di lei due mandorle alzate a guardare le prime gocce di pioggia. Una nebbia avvolge i contorni lontani. Il fumo della sigaretta vende illusioni. Solo mani, poi un abbraccio e il sentiero delle labbra tra gli indugi del presente.





Immagine: Immagine: René Groebli

mercoledì 12 novembre 2014

Quasi sogno, quasi tempo



Quei due si tenevano per mano prima di conoscersi. Era un gioco di sensazioni aggrovigliate tra le pieghe dei desideri, era attesa, devastante attesa di sguardi che riuscissero a scollarli dalla bruttura e li ancorassero saldamente a un sorriso. Erano momenti immaginati, ritagliati all’ideale, al sogno, all’immaginazione, nostalgia di primavere, il vagare persi tra la gente, l’effimero che prendeva ogni volta le sembianze di un uomo o di una donna.

Quei due, erano l’alfa e l’omega di un sogno, del loro sogno, e dove finiva uno cominciava l’altro, senza paura di interporre silenzi o barriere. Percorrevano strade diverse eppure sembravano avvicinarsi mentre fuori il mondo girava tra solitudini e nostalgie di cose mai avute. Un richiamo che si allontanava a tratti, quasisogno svanito nell’ora della rassegnazione. Eppure riuscivano ad assaporare un retrogusto mai intinto di cose lontane o passate, ma ogni volta nuovo.

Quei due sorseggiavano la vita quasi con avidità, per sentire l’attimo in cui tra mille odori e sapori intravedessero una traccia che parlasse di loro. Il tempo e la vita avevano un appuntamento, dove i per sempre non esistevano e lo spazio si dilatava, come l’abbraccio di un prato fiorito o un disegno mai completato: aspettavano la mano dell’altro per renderlo speciale.

Quei due si incontrarono un giorno semplice, ognuno portava per strada se stesso, senza retorica, fronzoli, trucchi. All’angolo della strada due occhi entrarono dentro altri occhi e lui disse: - Sai, io sono fragile.
E lei, sorriso nascosto tra le pieghe delle labbra: - Conosci un’altra strada per dirmi che sei un uomo?

Immagine: René Groebli

sabato 27 settembre 2014

La mala-informazione: i cristiani di Siria dimenticati dall’Occidente




Convenienza o buona fede?
A tre anni dall’inizio del conflitto siriano, gli improvvisi silenzi sulla guerra nell’area e i riflettori spostati sul califfato dell’IS dovrebbero quanto meno aprire spunti di riflessione. Perché i media mainstream urlano improvvisamente e all’unisono che i cristiani sono perseguitati? Non lo sono dal 2011 anche quelli siriani dalle brigate jihadiste che adesso l’Occidente finge di combattere? Dove erano allora i mass media?


Nascosti nel pantano degli interessi. La mala-informazione

Da tempo si è fatta strada la consapevolezza che il conflitto siriano sia stato influenzato in maniera significativa dal ruolo dell’informazione. Dopo le lezioni recenti impartite dall’Iraq di Saddam e dalla Libia di Gheddafi, vissute in quasi diretta dal punto di vista della controinformazione online (sebbene allora ancora poco incanalata per raggiungere il grande pubblico), i successivi sviluppi nell’area mediorientale hanno trovato un’opinione pubblica più sensibile ad affrontare in termini critici l’improvvisa primavera senza rondini scoppiata nell’antica Mesopotamia. Primavera che si è ripetuta con gli stessi copioni e gli stessi attori principali. La terra siriana, decantata come culla della civiltà araba fino al 2005, e lo stesso presidente Bashar al Assad, celebrato da Obama come giovane e lungimirante presidente e accolto nel 2010 da Napolitano come “esempio di laicità e difensore della libertà”, si è trovata sotto attacco in nome di quella che – come nel caso di altre aree mediorientali – i media occidentali hanno presentato come una riscossa rivoluzionaria. Una rivoluzione in una terra fino a pochi mesi considerata esempio di laicità e multiculturalità? Una rivoluzione che ha seminato ovunque integralismi e morte?
Era il 2011 e la grancassa della propaganda europea si è messa subito in moto allineandosi alla posizione del governo americano, con ricchi palinsesti dedicati ai crimini del regime dittatoriale degli Assad e alla primavera soffocata nel sangue. Per più di un anno dall’inizio della guerra, le voci dissidenti sono rimaste poche e relegate ai margini. Solo dal 2012 sono nate testate dedicate alla Siria, molte delle quali hanno dato voce alle minoranze presenti nel Paese che cercavano di far conoscere un’altra verità. In primis quella cristiana.
Imperdonabile per l’informazione occidentale il silenzio durato fino al 2014. Basterebbe armarsi di un po’ di senso critico per accorgersi del diverso trattamento riservato alle altre comunità cristiane in Iraq e in aree mediorientali strategicamente importanti per l’America. I media mainstream hanno dedicato ampi spazi agli eccidi dell’Isil, dimenticando spesso di sottolineare almeno un aspetto importante tra i tanti: gli Usa e le petromonarchie hanno finanziato i ribelli siriani che si opponevano al governo di Assad creando il mostro che fingono di combattere. Comprese le brigate integraliste. Una nuova strategia per mettere le mani sulla Siria? Un mostro sfuggito di mano o un cavallo di troia?


Cristiani di serie A e cristiani di serie B

Palinsesti manipolati per far piacere ai governi. Si è fatta una grande fatica nei mesi scorsi a reperire informazioni sulla questione siriana che non fossero quelle battute da fantomatiche agenzie, spesso al servizio delle potenze occidentali. Persino il “New York Times” si è accorto, nei primi mesi del 2013, che l’Osservatorio Siriano per i diritti umani, bocca della verità in Italia, era in realtà una sola persona residente a Londra e noto frequentatore del Ministero degli Esteri inglese. Eppure la voce dei cristiani di Siria cercava di levarsi dalle colonne dei principali organi di informazione cattolica.
La deputata cattolica indipendente al Parlamento siriano Maria Saadeh ha instancabilmente parlato di ciò che stava accadendo nella sua terra per anni. Qualcuno ne ha sentito parlare tra una notizia gossip e una partita di calcio? Nel novembre 2013, in un discorso ai cristiani d’Oriente, Saadeh ha rimarcato il senso della “guerra di concetti” in Siria, “usata per cambiare il vero senso della cittadinanza e dell’ appartenenza e per minacciare e distruggere la nostra identità, per condurci in un conflitto religioso e settario nel quale ognuno elimina l’altro”. Maria Saadeh ha avuto sempre una posizione critica nei confronti del presidente Assad, ma ha denunciato il tentativo esterno di minare il cuore della laicità e del multiculturalismo della società siriana, puntando il dito contro Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Stati Uniti.
Le testimonianze dei cristiani sono state tante, dalla denuncia delle suore trappiste di Homs nel dicembre 2012, ( “Davanti agli occhi abbiamo anche le immagini dei tanti mercenari, dei salafiti giunti da ogni parte per la jihad: anch’essi per la maggior parte giovani, ragazzi imbottiti di satellitari, di droga e di armi”) a quella delle suore di Aleppo, fino alle parole di Padre Jules Baghdassarian, direttore delle Pontificie Opere missionarie ricordato da Francesco Mario Agnoli: “Non c’è guerra civile in Siria, ci sono tentativi di renderla una guerra civile, c’è un pressione per trasformare il conflitto in un conflitto settario, abbiamo vissuto questa esperienza in Libano, si è visto in Iraq e ora lo vediamo in Siria”.
Nel luglio del 2012 Padre Andrzej Halemb denunciava la superficialità dei mezzi di comunicazione occidentali nel raccontare gli avvenimenti in Siria. A un anno dall’inizio del conflitto siriano, poco “civile” e molto pilotato, apparivano su testate online italiane le prime voci di dissidenza nel panorama uniformato dell’informazione. Uniformato e sotto l’egida propagandistica americana ed europea, intendendo con quest’ultimo termine la politica al traino della Nato e i tentativi di ostentare una politica imperialista da parte del coacervo di Stati della Ue. La testimonianza di Padre Halemb, responsabile internazionale di un una organizzazione cattolica, lamentava l’indignazione dei siriani di fronte alle notizie riportate, che si sentivano “ingannati e usati” e avevano sempre più chiara la consapevolezza che l’Occidente inseguisse “unicamente i propri interessi”. Fin dal 2012 i cristiani della Siria, minoranza rilevante nel Paese, hanno compreso che si stava unicamente procedendo nella costruzione del nemico Bashar al-Assad, e quindi nella mistificazione della realtà. Padre Halemb scongiurava a tal proposito le “ volgari falsificazioni che, senza vergogna, trasformano piccole proteste in immense manifestazioni con centinaia, se non migliaia di dimostranti”, centrando un punto estremamente importante nel successivo evolversi del conflitto: ignorare completamente e volontariamente le testimonianze oculari per fidarsi di fantomatici osservatori ed attivisti che alloggiavano unicamente ai confini con la Siria e raccoglievano ipotetiche testimonianze di terzi. “In molti casi” – continuava il prelato – “le immagini fornite sarebbero fotomontaggi creati utilizzando fotografie della guerra in Iraq e di altri conflitti recenti”. Intanto Padre Halemb forniva le prime cifre: 230mila persone fuggite da Homs, altri intrappolati nella città con le vie di rifornimento completamente interrotte, 500 famiglie cristiane che avevano trovato rifugio a Marmarita, alla frontiera libanese, i greco-melchiti ridotti alla fame aiutati solo dal circuito della beneficenza.
Era il luglio 2012, gli eventi successivi e soprattutto le numerose inchieste hanno solo confermato quelle che allora sembravano congetture architettate per chissà quale motivo. Eppure l’Occidente, altrove strenuo difensore dei valori cristiani, persino oggetto di dibattito acceso nella costituzione ad esempio dei simulacri europei, oggi sembra schierarsi compatto contro i nuovi terroristi, i mostri del SIIL, creature partorite dallo stesso progetto di destabilizzazione. Una contraddizione palese, tra le tante, che sembra sfuggire ai meno attenti. Forse solo malafede.



Prove di governo fondamentalista: il silenzio dell’Occidente

Il calvario dei cristiani in Siria è iniziato pochi mesi dopo l’avvio del conflitto. Completamente inosservato, taciuto, nascosto. L’arcivescovo maronita di Damasco, monsignor Samir Nassar, nel 2012 chiedeva aiuto alla comunità internazionale. Profughi, aumento del costo della vita, persone costretti a fuggire dalla Valle dei Cristiani, conosciuta come Wadi al Nasara: 150mila persone, soprattutto greco-ortodossi, vivevano nel terrore in 40 villaggi.
Il 17 dicembre 2012 “The Indipendent” (tra i pochi a fornire qualche spunto critico sul conflitto) forniva un resoconto dei primi attacchi alla città di Maalula, tragicamente oggetto di eccidi e di una lunga battaglia anche nei mesi successivi. I tentativi di rapimento dei cristiani più ricchi della comunità da parte di uomini armati appartenenti alle frange degli integralisti erano letti come il preludio di una catastrofe. Gli stessi turisti europei non erano più visti di buon occhio perché simbolo di una comunità internazionale ampiamente coinvolta nel massacro della Siria. I cristiani temevano non la guerra in sé, ma la fine del conflitto: nuovi integralismi allo sbaraglio. Nello stesso mese giungevano le prime notizie da Ras Al-Ayn, a confini con la Turchia, descritta come una cittadina tranquilla dove la gente aveva vissuto in pace grazie anche alla mediazione della Chiesa fra tutte le comunità, soprattutto arabe e curde, diventata teatro di atrocità e di morte. Nella Valle dei Cristiani, Il “fuoco delle milizie islamiste”, come viene descritto dai testimoni, avanza senza tregua. Nessun giornale sembra accorgersene, nessun programma televisivo dedica speciali. Pochi mesi dopo a Raqqa, centro al confine turco conquistato dall’ESL e dalle brigate al-Nusra e Arianna al-Sham , una bandiera issata in cima ad un pennone nel piazzale antistante il palazzo del governatore, riportava il messaggio degli integralisti: “Non c'è altro Dio che Allah e Maometto è il Messaggero di Allah”.


Quando la verità viene a galla i media occidentali non chiedono mai scusa. Omettono. Poi spostano l’attenzione su altre presunte tragedie, guarda caso sempre in agguato quando l’acqua diventa torbida. Il conflitto siriano è stato perso dagli Usa e dagli alleati, compresa l’Europa, anche sulla battaglia dell’informazione. Il dimenticatoio si nutre di malinformati, di superficiali e di persone che pensano possa essere normale sbagliare. I professionisti dell’informazione sono oggi addetti a manipolare e compiacere, non sono in buona fede. Lo hanno dimostrato e lo dimostrano quotidianamente. Il silenzio è complice. Pure l’omissione.


Per maggiori informazioni
http://www.zenit.org/it/articles/sulla-siria-troppa-superficialita-da-parte-dei-media
http://assadakahsardegna.com/rassegna-stampa/assad-difensore-della-liberta-il-voltafaccia-re-giorgio
http://orizzontiliquidi.blogspot.it/2013/04/il-nyt-si-accorge-che-losservatorio.html
https://www.youtube.com/watch?v=T_-Cy1c7KsE
http://assadakahsardegna.com/in-evidenza/la-deputata-maria-saadeh-incontra-le-istituzioni-italiane
http://assadakahsardegna.com/in-evidenza/malula-maria-saadeh-rai-news-24
https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=YWNMXUO0FiI
http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2012/12/23/NATALE-2012-Suor-Marta-Homs-Siria-tutto-il-male-che-sta-intorno-a-noi-fa-spazio-al-Bambino/2/349737/
http://www.oeuvre-orient.fr/2012/12/20/syrie-temoignage-de-la-vie-quotidienne-a-alep/
http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/persecution-of-the-christians-syrian-minority-fear-the-end-of-fighting-more-than-war-itself-8422977.html



Immagine: Grigoris Georgiou

mercoledì 13 agosto 2014

Fama di bocca…




Melinda Parkinson aprì la rivista di attualità e le parole di un tal Allan Pease, psicoterapeuta australiano considerato uno dei più grandi “esperti di comunicazione e linguaggio del corpo”, provocarono il solito effetto alle sue labbra: un tremore indisturbato e pure incontrollato iniziò a diffondersi concentrandosi sotto la narice sinistra del suo naso. Fastidioso, a tratti pungente, spesso le provocava una raffica di starnuti che avevano come conseguenza l’improvviso lacrimare degli occhi e lo scioglimento del trucco messo con tanta cura come ogni sacrosanta mattina.
“Quali segnali ci avvisano che un politico sta mentendo? Le labbra che si muovono”, scriveva il tale Allan sulla rivista, quasi una massima da stampare tra le pareti dell’ufficio o mentre si guardava l’ennesimo noioso telegiornale delle 13. Lei non era politico né stava mentendo, cercava solo di capire perché nei momenti meno opportuni, che coincidevano spesso con quelli di imbarazzo, nervosismo , agitazione, il suo labbro superiore si metteva in movimento in maniera spasmodica come il naso di un coniglio impegnato a controllare la quantità d’aria da rigurgitare. Qualcuno avrebbe giurato che, dopo l’intervento di cheiloplastica, le sue labbra fossero intente a pronunciare, in maniera indipendente, qualche arcana parola mentre sollevava e abbassava l’arcata superiore del muso.
La linea ridisegnata delle labbra, imbottita di una sostanza evidentemente tremolante, seguiva più l’istinto che la ragione, riuscendo a far svanire le soddisfazioni provate dopo l’intervento. Ricordava di essersi guardata allo specchio dopo molti giorni: un’altra donna, domato persino lo strabismo di Venere che piaceva a tanti uomini e che a lei provocava un senso di fastidio perché toglieva fascino al suo sguardo. Qualche uomo, fino a quel momento, l’aveva spesso guardata cercando di capire quale fosse l’occhio da seguire, un po’ troppo abbassato per la verità. La struttura curvilinea del suo sguardo si lasciava scendere fino a conferirle l’espressione di un cane bastonato o forse di un pesce lesso; nel mezzo le cadeva un naso non proprio male,forse troppo squadrato in lunghezza, che scendeva comunque lineare fino a quella che aveva sempre considerato una banale bocca da persona normale e insipida. In realtà la linea del naso poggiava su un solco che apriva due labbra sottili come un filo: era difficile persino mettere la matita tracciando una sola linea, dritta. Nulla di corposo, una traccia inconsistente e suo nonno affetto da Alzheimer che nei momenti di lucidità continuava a ripetere una nenia: “Mio padre diceva sempre, labbra affilate lame di coltello!”.
Così, con questa affermazione che le ronzava nelle orecchie, quasi profetica e persino sovversiva, un giorno banalissimo di fine maggio aveva deciso di recarsi da un chirurgo e di far spazio nella sua vita ai bisturi. Un po’ di gonfiore scacciato dormendoci sopra, rigorosamente senza guardarsi allo specchio, fino al momento in cui due labbra petali di rose si erano annidate al posto di scialbe linee e improvvisamente si era sentita donna, forse ancor più femmina, con addosso una gran voglia di truccarsi e uscire. Ricordava la prima volta che aveva messo piede fuori. Effetto sbiadito il fastidioso modo in cui la osservavano. Qualcuno sembrava quasi non riconoscerla, qualcuno si scusava per non averla salutata in tempo utile, 4-5 secondi dopo l’incrocio degli occhi, una bambina, adolescente ancora senza forme, aveva tirato fuori la solita frase che apriva mille suggestioni: uguale alla Moric. L’effetto sorpresa, borbottio, complimenti spesso fasulli, si era esaurito tra i conoscenti nell’arco di un mesetto, il tempo che tutta la cittadina in cui viveva si fosse accorto dell’accadimento. Se ne era parlato per molto, risatine, etichette, tutti psicologi improvvisati, poi alla fine, come sempre, alle persone non fregava molto della vita altrui tranne impicciarsi opportunamente dei fatti più macabri o di quelli intimi. La gente non era mai capace di farsi i fatti suoi, aveva pensato a un certo punto. In realtà quel pensiero era sempre più ricorrente mentre sgranava i giorni come rosari. Avrebbe voluto essere guardata nel complesso, come se avesse una bocca naturalmente grande. Un giorno, mentre attraversava i vagoni della metro di Roma, si era fermata d’istinto di fronte a una donna. Aveva le labbra disegnate in maniera perfetta, nessun ritocco chirurgico. Si guardavano a vicenda senza frasi notare troppo; sguardi di sbieco, a tratti indifferenti.
Melinda riusciva a leggere nei suoi occhi il solito pregiudizio che accompagna le labbra rifatte. Nessuno capace di osservarla per la sua perfezione, la bocca era preventivamente cadente, viscida, si teneva su per sbaglio. Era scesa un po’ scocciata, una punta di invidia. In quel preciso istante, per la prima volta era cominciato incontrollato il tremolio. Le labbra le erano sembrate budini sfilacciati pronti a cadere, forse budella appoggiate sul suo volto; aveva disperatamente cercato di nascondere l’effetto con un fazzoletto verde, ma persino l’occhio affetto da strabismo si era lasciato coinvolgere in quel giochino senza testa né coda, mettendosi a ballare una sorta di tango regolare. Occhiali da sole e fazzoletto, aveva saltato l’appuntamento con un’amica: nessuno aveva il diritto di vederla in quello stato.
Continuava a pensare alla donna nella metro: a lei avrebbero solo ammirato le labbra tanto erano perfette, sensuali, carnose. Più pensava e più il tremolio cresceva infastidito. Da quel giorno aveva avuto addosso la strana e perdurante sensazione che gli sconosciuti per strada la guardassero e si leggesse nei loro occhi una sola considerazione: “Ha le labbra rifatte! Diventano tutte uguali”.
Così, mentre correva amabilmente come ogni sera al tramonto, sguinzagliando la coda di cavallo a mo’ di batacchio e muovendo il sedere con cadenza regolare, le persone la guardavano di profilo sorpassare e lei sentiva i loro occhi in maniera persistente e quasi ossessiva poggiati sulla bocca. La sua bocca! La bocca di Melinda, finalmente corposa, finalmente come lei aveva sempre sognato. Non aveva forse diritto ogni essere umano a giostrarsi nella selva dei sogni? Perché la tracotanza delle persone non si arrestava davanti ai desideri realizzati? Quelle labbra erano l’altrove da sempre cercato, in cui cullarsi e dove specchiarsi. Finalmente - sbottò un giorno suo nonno - nessuno in famiglia ha fastidiose lame taglienti di un coltello al posto delle labbra!



Immagine: Catherine Chauloux

sabato 2 agosto 2014

L’amore ai tempi delle psicosi




Quando Raimondo De Barrio si svegliò quella mattina, capì subito di dover stilare l’inventario dei volti o vuoti che aveva lasciato andare. Erano facce che dovevano chiedergli perdono, per le psicosi con cui avevano centrifugato la sua vita chiedendogli di fermarsi ogni volta a rielaborare e digerire fiumi di comportamenti anomali, pescati nel mare delle più recondite contraddizioni. Almeno così pensava.
Aveva avuto tante donne, a pensarci bene, persino troppe per ricordarne i dettagli. Eppure lui le aveva accettate tutte, con le loro psicosi da strapazzo e spesso da quattro soldi. Gli sfuggivano i volti, spesso i nomi, erano volati via i segni caratteristici su cui sembrava ogni volta si soffermasse attento a guardare, eppure ricordava perfettamente gli astratti e inspiegabili voli delle loro menti, guizzi che esploravano la follia fino a trasformarla in atteggiamenti. Aveva provato freneticamente a tornare a capo della situazione affettivo, emotiva, sentimentale di molti anni addietro, ma si era perso tutto nella notte dei tempi o nell’ultima notte del letto. Confuso. Tanto valeva tentare un approccio meno invasivo alle sue rimozioni: c’era una spiegazione a tutto, anche alla rimozione. Meno al dimenticare di dimenticare, per cui quella mattina gli sembrava che galleggiassero tra odori della notte e la prima luce che filtrava tra le persiane, alcune accettazioni che ben dimostravano la sua generosa e compassionevole mistura di amore e dedizione. L’inventario poteva dirsi completo, almeno di quelle che ricordava per averle frequentate negli ultimi anni.
C’era stata quella che aveva definito, senza ovviamente dirglielo mai, noiosamente ammalata di nevrastenia legata all’indaffarato occuparsi del prossimo. Una donna strana, lo aveva intuito subito. La mattina si alzava alle 5, massimo alle 5,30, si occupava del pranzo prima di andare a lavoro e preparava merende diverse a seconda dei gusti dei suoi tre bambini. Ricordava un particolare abbastanza serio, chiaro indice di una nevrastenia in atto, persino difficilmente curabile. Durante l’estate che avevano trascorso assieme, questa donna che stendeva a tutte le ore il bucato, seguiva i figli nei compiti, lavorava il resto dell’anno e riusciva persino a giocare con loro, ogni tanto in spiaggia sdraiata dormiva. Esattamente come i depressi. Era persino stanca! Lui riposava intere ore durante il giorno, era vero, ma lo faceva per piacere, per rilassarsi, per essere più attivo. Durante una delle sue sedute di osservazione dell’elemento in questione, prima di consigliarle vivamente di farsi seguire da uno psicoterapeuta, aveva attentamente riletto la definizione di “nevrastenìa (o neurastenìa) s. f. [comp. di nevro- (o neuro-) e astenia]. – Stato di debolezza nervosa, dovuto soprattutto a fattori costituzionali, che si manifesta con irrequietezza di tipo ansioso, prostrazione generale, diminuita capacità lavorativa, sentimento di tedio, e anche ipereccitabilità, cefalea, palpitazioni e varî disturbi gastrointestinali e circolatorî” sul vocabolario Treccani. Certo non corrispondevano i sintomi, nemmeno uno, ma era convinto di doverla spedire da un amico di fiducia, uno che lo aveva aiutato in passato.
Aveva avuto anche una donna che amava definire fondamentalista. Questa era bionda però, con banali occhi castani. Strana era questa tipologia, forse tra le più strane! Aveva rinunciato per anni al piacere perché cercava – così raccontava – l’uomo ideale che le insegnasse a essere donna completa. Ogni volta che lui enumerava le sue relazioni, così ricche di dettagli e colpi di scena, così foriere di storie d’amore intense e vissute, lui le faceva pesare sistematicamente una sua riflessione: non le piacevano gli uomini più piccoli. E come voleva chiamarsi questo aspetto se non patologia? Lei cercava di spiegare ogni volta, prima indifesa, poi evidentemente scocciata, che si trattava non di una condanna o principio universale, ma di una sua condizione. Non c’era nulla da spiegare. Solo falso moralismo! Che altro nome si poteva dare? L'aveva accettata, ma anche a questa aveva ovviamente consigliato una psicoterapeuta, meglio il suo amico, così avrebbe aiutato anche lui a capire se stesso.

L’ultima donna della lunga lista la ricordava con una sorta di disprezzo intellettuale misto a superiorità di quelle che si potevano facilmente sbandierare. Inutile farsi umili di fronte a una siffatta tipologia di esseri umani! Questa donna amava Bukowski, per un motivo che spiegava in maniera pure complessa e macchinosa secondo lui. Aveva a che fare con una lettura oltre le righe, tra le pieghe della miseria umana, con tratti geniali. Lui amava ricordarle una sua frase, imparata con difficoltà a memoria: “il problema è che le persone intelligenti sono piene di dubbi mentre le persone stupide sono piene di sicurezza”. Lei continuava a ripetergli che si trattava di una frase del filosofo Bertrand Russell, ma era proprio questo incenso dai contorni definiti e saccenti a infastidirlo! Lo inghiottiva fino a fargli perdere il senno. Era vero che aveva letto un solo libro di Bukowski, precisamente “Donne” o qualcosa del genere, a stento ne ricordava i personaggi, ma sapeva di aver colto l’elemento portante della poetica di questo tipo che piaceva a tanta gente: il disprezzo per il mondo femminile. Lontano da lui un simile atteggiamento! Lui le femmine le amava e le considerava importante completamento della sua indole pure irrequieta. Dal canto suo, questa donna dai capelli color rame e lo sguardo color del fiume in tempesta, aveva letto quasi tutto del vecchi Hank, eppure non era riuscita a cogliere i tratti essenziali che riusciva a vederci lui, solo lui sembrava. Lei era malata di ignoranza e presunzione, imperdonabile, una sorta di parere che definiva personale ma incontrava il gusto di molti. Ovviamente essenziale il consulto di uno bravo, magari il suo amico.
Fu proprio in quell’istante, mentre il pomeriggio volgeva al termine, stanco di affondare le mani nel passato, che pensò di salire in macchina e raggiungere il suo amico psicoterapeuta. Era molto tempo che non lo vedeva, avrebbe potuto chiedere delle sue donne, del suo occhio esperto in materia. Passava il tempo a leggere manuali di psicologia, d’altronde era la sua ragione di vita. Guidò talmente sereno che ebbe la sensazione che la sua auto sfrecciasse veloce come se riconoscesse quella strada. Suonò il citofono! Era a casa, finalmente.



N.d.A: A volte la realtà supera persino la fantasia.
Immagine: Ile de France

mercoledì 23 luglio 2014

Misera Eva!





Janet Wintherson capì la storia di Eva cacciata dal paradiso terrestre, quella specie di mondo incantato che funziona spesso solo nella fantasia, un giorno d’estate come tanti altri per caso. Almeno così sembrava in apparenza. Andava a seguire la 14esima conferenza di Theodor Anderson, uno bravo nel campo dei movimenti per la parità di genere, o forse comunicazione di genere o identità di genere. Erano almeno tre mesi che ogni sabato puntuale si piazzava nella saletta dalle sedie rosse di velluto e si poneva in posizione di ascolto. Odore di qualcosa di indefinito, quasi un altare. Palme in alto e rigoroso silenzio all’inizio di ogni seduta: bisogna trasmettere l’energia. Occhi chiusi, non riusciva a capire chi trasmettesse cosa a chi, ma sembrava si spandesse intorno una sensazione leggera. Col tempo l’effetto era andato scemando, abitudine forse, ma lei cercava di convincersi che intorno si sentisse qualcosa.
Quando compariva lui, Theodor Anderson, il mondo intorno spariva. Janet trascorreva i primi minuti in estasi, non sentiva la voce. Solo un silenzio sacrale attorno e due labbra che si muovevano, le sue, con un ritmo sensuale e coinvolgente. Guardava proprio lei, non c’erano dubbi! La guardava dal primo giorno dall’inizio alla fine, dalla comparsa sul palcoscenico di legno basso, fino a che Janet, Jan per gli amici o anche Jam per ricordare il profumo al sapore di marmellata che era solita spalmarsi addosso anni prima, si defilava lentamente come sotto un riflettore e sgusciava via. Ogni santo sabato da mesi. Di solito il torpore in cui sembrava cadere alla sua apparizione, svaniva di fronte a una parolina che Theodor pronunciava inequivocabilmente sempre e dopo pochi minuti dall’inizio della seduta, in tutte le svariate forme; verbo, aggettivo, nome. Aveva a che fare con la demeccanizzazione. Ora provate a ripetere senza emettere suono questa parola e capirete come Jan di colpo si trovasse ribaltata nella realtà. Lui parlava, tutti ascoltavano. Le donne pendevano dalle sue labbra. D-E-M-E-C-C-A-N-Z-Z-A-T-E-V-I-! Questo l’imperativo!
La voce non penetrava solo nella stanza e alle orecchie, toccava corde profonde. Sapeva di filosofia, poesia, psicologia. Conosceva l’uomo, lui, lo conosceva bene, Theodor. E guai a interromperlo! Il minimo rumore rompeva la magia e tutti intorno guardavano la fonte di disturbo con sdegno e apprensione: Theodor non era più ispirato dopo quel balordo frastuono? Lui rimaneva concentrato e molto scocciato, in silenzio, poi ricominciava a parlare. Le piaceva sentire la sua voce quando pronunciava la parola “donna” e poi un flusso di pensieri ammalianti la trasportavano altrove. Essere sempre se stessi, vincere le repressioni, le sovrastrutture, lasciarsi trasportare dal flusso di sensazioni, imparare a godere, sconfiggere la teoria del peccato. Il peccato era un concetto per punire non per liberare, ripeteva ossessivamente. E qual era stata la colpa di Eva? Addentare una mela? Voler assomigliare a Dio? Eppure Dio le aveva donato come punizione essere come lui: creare. Jan in quei momenti pensava sempre: “Aveva detto partorirai con dolore? Con l’epidurale e il cesareo abbiamo scavalcato pure Dio! Questa storia proprio non tiene”. Se ne era quasi convinta.
Quel sabato era stato speciale. Appena l’aveva vista Theodor aveva abbozzato un sorriso e alla fine della seduta, dove gli unici seduti erano loro, l’aveva invitata a casa sua. Le sembrava impossibile. Tra tante donne proprio lei, con i capelli simili a stoppa, un fisico che sapeva di legnetti di liquirizia da masticare, due tette appena abbozzate che non avresti scommesso un soldo potessero allattare, troppo timida, inibita, repressa… ecco, troppo meccanizzata avrebbe detto Theodor. Ma era stato tutto così spontaneo. Andremo a bere un drink, un aperitivo, un film. No, erano entrati e si erano cercati subito. Faceva l’amore come parlava, si era addormentata con questo pensiero Jam. Marmellata,confettura. Di ciliegie e fragole, mirtilli e lamponi. La storia potrebbe finire qua, il lettore sarebbe contento. Ma Janet si è risvegliata il giorno dopo. Anche Theodor ovviamente. Nessun cenno di affetto, nessuna coccola.
- Sei una donna strana, Janet. Ti chiami così?
- Sì, Janet per gli amici Jan o Jam perché…
- Non ti sei fatta scrupoli a venire a letto con me, senza sapere se avessi altre donne e altri legami.
Jam, sapore di limone tra i denti:
- Io sono single, gli scrupoli a limite sarebbero dovuti venire a te!
- E non hai chiesto informazioni sul mio stato di salute.
- Nemmeno tu sul mio, se è per questo.
- E sei anche stata volgare a farmi certe cose.
- Sembravano di tuo gradimento.
- E ti muovi anche in maniera meccanica.
Aveva ripreso i vestiti, Jam. A pensarci bene quella saletta dalle sedie rosse puzzava di muffa e Theodor aveva labbra sottili. Suo padre le ripeteva sempre che potevano diventare lame taglienti.
- Eva ha fatto bene a mangiare la mela!

domenica 6 luglio 2014

Homeless. Mancanza

Gli umani erano strani. Potevi trovarli a qualsiasi ora del giorno e della notte nei locali più strampalati. Sorseggiavano spesso caffè e bevande calde e d’inverno ci avresti lasciato le labbra attaccate al bordo delle tazze. Li potevi osservare dai vetri appannati e la sensazione di freddo sembrava per un attimo liquidarsi tra i colli lunghi rovesciati da finte risate.
Da laggiù si potevano guardare come da un osservatorio privilegiato. Gli umani uscivano dai locali, sempre quelli dai nomi strampalati, con la solita smorfia attaccata per qualche secondo al volto. Un tempo si era divertita a contare il tempo che intercorreva dall’uscita all’impatto col mondo freddo intorno: meno di dieci secondi sempre, poi si rimettevano addosso l’espressione con cui si facevano vedere al resto del mondo. Rimanevano chiusi un po’ tra il collo dell’impermeabile e il cappello, rabbrividendo per il freddo, poi si trascinavano l’ombra prima che la porta si chiudesse dietro le loro spalle. Con gli occhi socchiusi, le ombre si confondevano con le macchie scure prima del sonno, pensava Lucy. E d’inverno quelle macchie erano stranamente calde, a ricordare il tepore.
Londra risplendeva anche quel giorno di gennaio di un tiepido sole, quasi la comparsa offuscata di un chissà che stava chissà dove, dicevano al sud. Per trovare il meridione aveva letto su una rivista tradotta dall'italiano che bisognava indicare il punto in cui il sole raggiungeva a mezzogiorno il culmine, ma a lei sembrava quasi sempre offuscato da qualche nuvola. Forse funzionava in quello stesso altrove. In realtà quello era il momento in cui poteva riposare baciata da qualche raggio senza essere scocciata dai cani dei passanti o dalle scarpe che stagliavano suoni martellanti sull’asfalto o sui marciapiedi. Per questo non riusciva mai a individuare il sud. Dicevano terra di solidarietà e fratellanza. Un giorno, uno dei fratelli sbarcati da quell’altrove, aveva raccontato le stesse storie della Londra che lei conosceva bene.
- Mamma, perché quella donna è stesa a terra e dorme?, la voce di una bambina che cercava di rincorrere i passi veloci della madre l’aveva riportata alla realtà.
- Non è una donna. Si chiama “homeless”.
- Ma non hai risposto alla mia domanda?
- Che importa! Cammina e non avvicinarti troppo, aveva biascicato con pensieri troppo affollati per avere un senso.
Homeless era un modo per mettersi a posto con la coscienza. Quel “senza” dava la sensazione di una mancanza, una mancanza senza colpevoli. Nessuno poteva aver colpa per altri. Era questo il verso con cui girava il mondo.
- Lucy, stasera farà freddo, non credi?
- Penso che pioverà. È un grande problema. Non so dove andremo.
Tom era arrivato e aveva asfaltato comodamente il suo cartone trasportando la cesta arrugginita con le coperte ancora un po’ umide. Il carrellino non aderiva perfettamente all’asfalto e da lontano sembrava quasi volare. Erano giorni freddi, ma era meglio non pensarci. Serviva solo ad acuire la sensazione di bruciore alle ossa.
- Non possiamo più andare nei quartieri dei ricchi, mozzicò Lucy tra le labbra che sapevano ancora di sonno. Un sonno sempre disturbato, con la sensazione di fame che attanagliava lo stomaco in una morsa.
- Perché?
- Hanno messo dei punteruoli all’ingresso delle case. Non penso di essere una principessa sul pisello e di poter sopportare perni o chiodi conficcati tra le ossa.
- Ma di chi è l’idea? Dei ricconi?
- Non ho avuto il tempo di indagare né mi interessa. Uno spazio in meno dove dormire. Conta questo.
Lucy iniziò a sistemare le coperte e ad avvolgerle in modo che potessero stare racchiuse perfettamente nello spago. Avrebbe dovuto spiegare a Tom il senso del decoro, ma era un concetto aleatorio e anche inutile da comprendere. Un po’ come succedeva ai randagi, stessa sorte. Bastava farli sparire da una città per marcarne la vivibilità e riuscire a ottenere la palma di città progredita. Strano il concetto di progresso.
Vancouver era stata definita città vivibile e da quella città era arrivata a Londra la strana e persino ingegnosa idea di panchine che di notte diventavano ripari. Per “homeless”, per chi aveva una mancanza. Di bisogni primari, aveva pensato. La notizia l’aveva letta su un giornale accartocciato per rendere la notte meno fredda e le era sembrata una soluzione per le notti a venire. Ma bisognava affrettarsi. A Vancoveur c’erano meno barboni, ricordava di aver letto, ma erano più aggressivi. Londra, secondo le statistiche, poteva vantare esemplari più docili. Nessuno li aveva visto litigare per il posto. Alcuni pensavano di essere cani. Una pisciata serviva a delineare il territorio.
- Tom, domani ci trasferiamo in un’area di Londra dove si dice abbiano impiantato panchine che di notte diventano ripari. Si illuminano grazie ai raggi ultravioletti.
- Pensi che arriveremo a domani? La radio del locale ha appena detto che sarà una delle notti più fredde dell’inverno.
- Possiamo provare a riscaldarci a vicenda. Intanto troviamo un riparo, che ne pensi delle scale della metro?
Il freddo dell’inverno non si poteva immaginare. Prendeva allo stomaco. Sembrava di morire e ogni volta che si riescono a riaprire gli occhi tutto appariva diverso. Ci si sentiva meno forti e più isolati, si credeva meno all’umanità. Le panchine erano un’idea di un’associazione canadese, aveva letto. Uno dei volontari presupponeva che dormissero tanti clochard dove erano state installate. Alla fine, nessuno sapeva chi fossero questi senz- volto abituati a strisciare nell’indifferenza. Alla fine contava mettersi spesso la coscienza a posto.
- Tom? Less. Mancanza.
Gli umani erano strani. Potevi trovarli a qualsiasi ora del giorno e della notte nei locali più strampalati. Sorseggiavano spesso caffè e bevande calde e d’inverno ci avresti lasciato le labbra attaccate al bordo delle tazze. Li potevi osservare dai vetri appannati e la sensazione di freddo sembrava per un attimo liquidarsi tra i colli rovesciati di finte risate. Da laggiù si potevano guardare come da un osservatorio privilegiato. Gli umani uscivano dai locali, sempre quelli dai nomi strampalati, con la solita smorfia attaccata per qualche secondo sul volto. Un tempo si era divertita a contare il tempo che intercorreva dall’uscita all’impatto col mondo freddo intorno: meno di dieci secondi sempre, prima di rimettersi addosso l’espressione con cui si facevano vedere al resto del mondo. Rimanevano chiusi un po’ tra il collo dell’impermeabile e il cappello, rabbrividendo per il freddo, poi si trascinavano l’ombra prima che la porta si chiudesse dietro le loro spalle. Con gli occhi socchiusi, le ombre si confondevano con le macchie scure prima del sonno, pensava Lucy. E d’inverno quelle macchie erano stranamente calde, a ricordare il tepore.
Londra risplendeva anche quel giorno di gennaio di un tiepido sole, quasi la comparsa offuscata di un chissà che stava chissà dove, dicevano al sud. Per trovare il meridione bisognava indicare il punto in cui il sole raggiungeva a mezzogiorno il culmine, m a lei sembrava quasi sempre offuscato da qualche nuvola. In realtà era il momento in cui poteva riposare baciata da qualche raggio senza essere scocciata dai cani dei passanti o dalle scarpe che stagliavano suoni martellanti sull’asfalto o sui marciapiedi. Per questo non riusciva mai a individuare il sud. Dicevano terra di solidarietà e fratellanza. Un giorno, uno dei fratelli sbarcati da quell’altrove, aveva raccontato le stesse storie della Londra che lei conosceva bene.
- Mamma, chi perché quella donna è stesa a terra e dorme?, la voce di una bambina che cercava di rincorrere i passi veloci della madre l’aveva riportata alla realtà.
- Non è una donna. Si chiama “homeless”.
- Ma non hai risposto alla mia domanda?
- Che importa! Cammina e non avvicinarti troppo, aveva biascicato con pensieri troppo affollati per avere un senso.
Homeless era un modo per mettersi a posto con la coscienza. Quel “senza” dava la sensazione di una mancanza, una mancanza senza colpevoli. Nessuno poteva aver colpa per altri. Era questo il verso con cui girava il mondo.
- Lucy, stasera farà freddo, non credi?
- Penso che pioverà. È un grande problema. Non so dove andremo.
Tom era arrivato e aveva asfaltato comodamente il suo cartone trasportando la cesta arrugginita con le coperte ancora un po’ umide. Il carrellino non aderiva perfettamente all’asfalto e da lontano sembrava quasi volare. Erano giorni freddi, ma era meglio non pensarci. Serviva solo ad acuire la sensazione di bruciore alle ossa.
- Non possiamo più andare nei quartieri dei ricchi, mozzicò Lucy tra le labbra che sapevano ancora di sonno. Un sonno sempre disturbato, con la sensazione di fame che attanagliava lo stomaco in una morsa.
- Perché?
- Hanno messo dei punteruoli all’ingresso delle case. Non penso di essere una principessa sul pisello e di poter sopportare perni o chiodi conficcati tra le ossa.
- Ma di chi è l’idea? Dei ricconi?
- Non ho avuto il tempo di indagare né mi interessa. Uno spazio in meno dove dormire. Conta questo.
Lucy iniziò a sistemare le coperte e ad avvolgerle in modo che potessero stare racchiuse perfettamente nello spago. Avrebbe dovuto spiegare a Tom il senso del decoro, ma era un concetto aleatorio e anche inutile da comprendere. Un po’ come succedeva ai randagi, stessa sorte. Bastava farli sparire da una città per marcarne la vivibilità e riuscire a ottenere la palma di città progredita. Strano il concetto di progresso.
Vancoveur era stata definita città vivibile e da quella città era arrivata a Londra la strana e persino ingegnosa idea di panchine che di notte diventavano ripari. Per “homeless”, per chi aveva una mancanza. Di bisogni primari, aveva pensato. La notizia l’aveva letta su un giornale accartocciato per rendere la notte meno fredda e le era sembrata una soluzione per le notti a venire. Ma bisognava affrettarsi. A Vancouver c’erano meno barboni, ricordava di aver letto, ma erano più aggressivi. Londra, secondo le statistiche, poteva vantare esemplari più docili. Nessuno li aveva visti litigare per il posto. Alcuni pensavano di essere cani. Una pisciata serviva a delineare il territorio.
- Tom, domani ci trasferiamo in un’area di Londra dove si dice abbiano impiantato panchine che di notte diventano ripari. Si illuminano grazie ai raggi ultravioletti.
- Pensi che arriveremo a domani? La radio del locale ha appena detto che sarà una delle notti più fredde dell’inverno.
- Possiamo provare a riscaldarci a vicenda. Intanto troviamo un riparo, che ne pensi delle scale della metro?
Il freddo dell’inverno non si poteva immaginare. Prendeva allo stomaco. Sembrava di morire e ogni volta che si riuscivano a riaprire gli occhi attaccati, tutto appariva diverso. Ci si sentiva meno forti e più isolati, si credeva meno all’umanità. Le panchine erano un’idea di un’associazione canadese, aveva letto. Uno dei volontari presupponeva che in quell'area dormissero tanti clochard. Alla fine, nessuno sapeva chi fossero questi senza- volto abituati a strisciare nell’indifferenza. Alla fine contava mettersi spesso la coscienza a posto.
- Tom? Less. Mancanza.





Liberamente ispirato a

http://www.independent.co.uk/news/world/americas/vancouver-shelterbenches-show-up-londons-antihomeless-spikes-as-how-not-to-deal-with-rough-sleepers-9565941.html


http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/northamerica/canada/10926855/Antidote-to-anti-homeless-spikes-instant-bench-shelters.html




lunedì 30 giugno 2014

Piovevano bombe dal cielo. Gli Usa e il bombardamento segreto del Laos



A guardarlo sulla cartina geografica, il Laos assomiglia a un grande albero dalla chioma piegata verso l’entroterra o a un uomo quasi ignaro, lo sguardo rivolto altrove. Non ci sono sbocchi sul mare, solo orizzonti racchiusi tra terre.
Lì piovvero bombe dal cielo, per nove lunghi anni. La natura intorno rimase a guadare silenziosa il suo stupro, la gente fu costretta a scappare, centinaia di migliaia di persone che si mossero lungo la “piana delle giare” e in tutto il territorio laotiano. I profughi si lasciarono dietro villaggi distrutti e c’era tempo per una disperazione che sapeva poco di nostalgia. Di fronte alla sopravvivenza, la casa spostava il proprio spazio e diventava il volto di chi era sopravvissuto, il volto degli affetti trovati e salvi,magari di un figlio che dormiva sogni che sembravano persino tranquilli.
Questi orizzonti furono scossi da bombe a grappolo, da poco introdotte sul mercato, esplosioni continue: intorno crateri chiazzavano il paesaggio, a volte sembravano pozzanghere perse tra il bambù. Le bombe iniziarono a cadere nel giugno del 1964 e la pioggia continuò fino al marzo del 1973. Qualcuno, con il cinico senno di poi, ha calcolato la portata dei bombardamenti: una bomba ogni otto minuti per 9 anni, due milioni di tonnellate vomitate sul territorio, più di quelle cadute sulla Germania e il Giappone durante il secondo conflitto mondiale. Una guerra segreta, avrebbero detto più tardi, con i fili mossi dalla Cia. A Thoummy Silamphan non interessava molto, come a tutti i bambini che prima di lui erano stati costretti a lasciare il villaggio per evitare la morte. C’era un tempo per tutto, dicevano. Ai bambini del Laos era stato negato persino quello di piangere. Ed era una guerra strana quella, lo avevano percepito subito gli abitanti dei villaggi. Non era tanto la mancata approvazione del Congresso americano a renderla segreta, quanto un atavico bisogno di sangue che sembrava calasse le falciate nelle viscere della terra. C’era l’arcano di una guerra che cominciava nel momento stesso in cui cessava. Quando la quotidianità sembrava riappropriarsi degli sguardi delle persone, l’eredità di quegli anni pesò come un macigno. Più del 30% delle bombe rimase inesplosa e di lì a poco causò morti e feriti senza esclusione di colpi.
Thoummy aveva otto anni e stava scavando nella terra. Ne ricordava la consistenza, il momento, l’ultima immagine prima dello scoppio. Stava cercando del bambù per fare la zuppa con la sua famiglia. L’esplosione arrivò inaspettata: nessuno poteva immaginare o addirittura sapere che il pericolo si annidasse dove si cercava il cibo. Fu colpito alla mano sinistra e un agricoltore della zona lo riportò a casa. Nella sua mente chiare le immagini di un dolore rimasto più sottile ma profondo, i 28 giorni trascorsi in ospedale, l’idea stramba che si potesse morire o essere feriti senza una guerra in corso. Eredità strana quella dell’insensatezza umana. Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.



http://legaciesofwar.org/about-laos/secret-war-laos/
http://www.motherjones.com/politics/2014/03/laos-vietnam-war-us-bombing-uxo
http://eternalharvestthebook.com/march-26-watch-the-us-drop-2-5-million-tons-of-bombs-on-laos/
http://www.democracynow.org/2014/6/25/50_years_after_us_launched_secret
http://www.democracynow.org/blog/2013/4/4/40_years_after_secret_us_war_in_laos_ended_millions_of_unexploded_bomblets_keep_killing_laotians




venerdì 2 maggio 2014

Dacci oggi il nostro fb quotidiano




Dacci oggi il nostro fb quotidiano

Si doveva sempre sentire un po’ in imbarazzo, lo stesso che notava appiccicato sulla faccia di qualche interlocutore o un lieve, quasi impercettibile alito negli occhi, ogni volta che qualcuno nominava quella parola. Tutti si fermavano un po’ a respirare: un solo respiro che toglieva quasi un peso tra le grinfie di quella maledetta bestia che aveva contagiato il mondo. Fascebuk, feiscebuh, feicbuk… un termine, mille sfumature di percezioni. Già la pronuncia un tripudio di pregiudizi o semplicemente di esperienze. Frizzante, gioioso, cupo, pronuncia con accento sulla “oo” (poteva essere l’emoticon della faccia di un maiale?), un po’ francese, sempre poco inglese.
Si masticava nelle conversazioni, mentre al tavolino tutti controllavano le notifiche, parola che un tempo non avrebbe fatto dormire sonni tranquilli e che improvvisamente apriva le porte della curiosità: un apprezzamento? Un commento? Un richiamo? Una polemica? Si muovevano comunque emozioni, pensava sempre. Certo alienandosi dal contesto in un tram o alla fermata dell’autobus o in ogni luogo dove ci fossero più di due persone magari sconosciute – condizione ideale - era strano veder tirare dalla tasca o dalla borsa il cellulare e giù un mondo accattivante che succhiava il cervello. Ma lei aveva scoperto tante cose su fb: i ciuffi di carote e finocchi potevano trasformarsi in paté, c’erano staffette di libri in giro per le città, personaggi fino a poco prima sconosciuti - novelli maghi - trasportavano carrette di libri per amore della lettura. Aveva scoperto che le bufale non facevano solo mozzarelle e i troll non erano solo umanoidi delle foreste, che la sua vicina neanche la salutava ma continuava a mettere mi piace sotto qualche tiepido post (soprattutto quelli che riguardavano l’ambiente!). Un giorno dal balcone le era sembrato di vederla dal Suv sbirciare sul telefonino, mentre scaricava il sacchetto nel bidone sbagliato. Una sorta di deformazione della realtà, ma anche il sentimento contrario. Persone che non aveva mai conosciuto profondamente nella vita reale con cui si creava un legame che sapeva di complicità. Aveva scoperto che i giornali e la televisione spesso mentivano: un mondo crollato. “Ma come, lo hanno detto al telegiornale!”… quella frase aveva perso improvvisamente il suo valore perché qualcuno complottava dall’alto. Dall’alto? Non dei cieli, ma della terra? Luoghi imperscrutabili dove uomini decidevano le sorti umane e pure aliene. Ma anche luoghi più comuni, per esempio al tavolo della propria cucina: per fare una bistecca ci volevano 2.850 litri d’acqua, per un hamburger 2.400 litri ma la storia non cambiava se si passava al riso o al frumento. E quando improvvisamente appariva il link sponsorizzato dell’ennesimo disinfettante per bucato, per chissà quale arcano mistero, si accorgeva che due amiche del liceo aspettavano un bambino: c’era il segno del loro passaggio (Y) ! Le si aprivano sempre scenari tra lo sbalordito e il felice, mentre le notizie scorrevano veloci.
Nulla da dire su un limite che trovava condivisibile e che sua madre, dall’alto dei suoi settant’anni, guardando la schermata, aveva condensato in una quasi esclamazione con tanto di punto di domanda: “Ma sono morti o vivi?”. Le era venuto in mente un unico pensiero: “ :) ” (due punti parentesi, due punti P, due punti D). Persone immobilizzate, quasi nicchie che prima o poi sarebbero diventate di un cimitero. Quest’idea, effettivamente anche inquietante, si era affacciata la mattina che era morto un suo contatto. Contatto non aveva a che fare,ovviamente, nulla con la pelle o l'essersi toccati. Aveva persino pianto. Quel fiume di lacrime iniziava a delineare un confine che si riusciva a scavalcare. Si può piangere per uno sconosciuto? Sì, se ti conosce meglio del vicino, dell’amico che frequenti per andare a prendere l’aperitivo, del conoscente che incontri puntualmente girando l’angolo della strada per andare al supermercato e “buongiorno, salve, buonasera” senza sapere nulla di te. C’era tanta merda da spalare nella quotidianità. Il lavoro che pressava sempre e metteva tra colleghi l’ansia della disumanità, i sogni costretti continuamente a scavalcare burroni, un pianto greco di emozioni ripiegate un po’ ovunque, in ogni angolo non visibile alla melma. Sì, quello sconosciuto morto per Sla, era una persona che aveva raccolto le sue inquietudini, che le aveva strappato un sorriso, con cui aveva parlato prima del tempo meteorologico poi del tempo dei ricordi. E invece là fuori tutti a giudicare la bestia. All’occorrenza puttanaio o luogo di incontri, spazio per divertirsi o per approfondire, per fare politica o essere leggeri, dove ridere o litigare con la sindrome eterna del coniglio travestito da leone. Per lei nessun giudizio, valeva sempre la regola di sua nonna intenta a far scorrere tra le dita un rosario: “Tutti ti diranno che fare e persino il modo. Quando torni a casa tua, quando la notte sbadiglia, quella sei tu”.
Sua nonna era morta troppi anni indietro per poterle dire che le sue notti , più che sbadigliare, vomitavano solitudine. Non le portavano mai consiglio, erano solo madide di pensieri. A intervalli non pervenuti, qualche momento di ristoro e di sonno. Avrebbe però voluto dire a sua nonna che, ora che il suo cane era scappato, suo figlio andato via, l’ennesimo uomo uscito dalla porta di una casa a tratti invasa di preoccupazioni, ora si sentiva meno sola. E quella malattia, quel contagio, quella bestia, le restituivano – per sbaglio forse – l’illusione di vivere. La vedeva sua nonna snocciolare grani, immagine sempre nitida d’inverno davanti al suo braciere. E fine rosario, rigoroso amen.

Olga Tamburini


giovedì 23 gennaio 2014

L’altra Libia. Quello che i media non hanno mai detto



La Banca centrale della Libia apparteneva alla Libia, a differenza della maggior parte di quelle del mondo occidentale. Era posseduta al 100% dallo Stato, senza la presenza di quote detenute da banche speculative o da azionisti privati. La Libia, esattamente come Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran, non era membro della Banca dei Regolamenti Internazionali con sede in Svizzera, la banca centrale di tutte le banche centrali che aveva raccolto l’adesione di 56 Paesi.
Negli ultimi anni prima della destituzione, Muammar Muhammad al-Gaddafi aveva minacciato l’espulsione delle compagnie petrolifere occidentali per favorire la totale nazionalizzazione del settore. Nella Libia del sanguinario dittatore ed oppressore delle masse, la casa era considerata un diritto umano imprescindibile e le giovani coppie venivano sovvenzionate con 60.000 dinari (pari a 50.000 dollari statunitensi) per l’acquisto del primo immobile. Secondo dati riportati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, tutt’altro che vicina a infatuazioni gheddafiane, l’apporto calorico procapite giornaliero era pari a 3144 chilocalorie e i tassi di mortalità infantile erano calati da 70 a 19 nascite su 100.000 nel 2009, mentre l’aspettativa di vita era passata da 61 a 74 anni nello stesso periodo.
L'assistenza medica era libera per tutti e di alta qualità: se i libici non riuscivano a trovare cure appropriate in patria, il governo forniva un sussidio per curarsi fuori dal paese. Grandi cambiamenti erano stati registrati anche nel campo socio-culturale: prima del 1969, solo il 5% della popolazione sapeva leggere e scrivere; nel 2009 il tasso di alfabetizzazione era salito all’83%. Il 25% possedeva un diploma universitario e chi dopo la laurea non riusciva a trovare un lavoro, percepiva un salario pari al valore medio di quello relativo alla professione esercitabile. Il prezzo del pane era basso, quello degli alimenti indispensabili sempre controllato; l’energia elettrica in Libia era libera per tutti, i prestiti avevano lo 0% di interessi e in caso di acquisto di un’automobile, il governo corrispondeva il 50% del costo. Ogni libico che sceglieva l’attività di agricoltore riceveva la terra libera, una casa, animali, sementi e attrezzature agricole.
All’indomani della famigerata rivoluzione libica, i primi atti dei ribelli, quelli che sbandieravano lo spettro di una Libia migliore e più giusta, osannati dalle diplomazie mondiali e salutati come liberatori dai media di mezzo mondo, non sono di certo stati a favore della popolazione. Nell’aprile 2011 sopraggiungeva. nemmeno inaspettato. un accordo con il Qatar per la vendita del petrolio libico. Nessuna sorpresa se a farla da padroni siano stati gli storici amici degli Usa. La stessa Banca Centrale finiva nelle mani degli investitori stranieri: in una situazione paradossale, la distruzione attraverso i bombardamenti dei portatori di democrazia e pace, si portava dietro un risvolto già programmato: chi prestava il denaro per finanziare la ricostruzione corrispondeva a chi aveva saccheggiato e distrutto la Libia. Il riconoscimento del FMI spalancava la porta a investitori stranieri.
Il 1 luglio 2011, 1,7 milioni di persone marciarono nella piazza verde di Tripoli per protestare contro i bombardamenti della NATO e manifestare la propria fedeltà a Muammar Muhammad al-Gaddafi. Su 5 milioni di abitanti, si trattava di una percentuale non certo trascurabile, tranne per i media occidentali impegnati a osannare improbabili liberazioni, a diffondere l’immagine bufala delle fosse comuni e a inventare immaginari reperti di guerra. Viene da chiedersi se ci sia un legame tra i colpi di Stato orditi dalla Cia e la caratteristica che accomuna i Paesi oggetto di destabilizzazione: sistemi bancari pubblici e non affidati a banche private. Tornano alla mente Cuba, l’Iran, il Guatemala, il Venezuela, l’Ecuador, democraticamente eletti ma soggetti a continui tentativi di rovesciamento ad opera dell’America perché non assoggettati ai diktat imposti dall’imperialismo. Ma l’Iraq, la Libia e più recentemente la Siria, dovrebbero aver acceso i riflettori sull’anomalia dell’informazione occidentale. Sempre più braccio di un imperialismo becero che si fa forza con facciate buone e umanitarie: organizzazioni filantropiche, figure di spicco idolatrate dalle masse, attivisti che si occupano di diritti umani a intermittenza.
Il giochetto sembra non aver funzionato per la Siria. I media mainstream sono stati costretti, in maniera subdola e meschina, ad allinearsi alle argomentazioni sostenute da quelle che – fino ad agosto – erano considerate nicchie antimperialiste, pro-assadiste o genericamente complottiste. L’orchestrazione della propaganda di guerra si è avvalsa anche stavolta di un dibattito appiattito, senza possibilità di replica e affidato alla voce di intellettuali, ong, pennivendoli e mercenari dell’informazione. Eppure si è fatta strada nell’opinione pubblica la necessità di comprendere in profondità gli eventi.
Crollati i primi muri, svelate le contraddizioni, smascherate le bufale, il teatrino ha iniziato a non reggere e si è addirittura rivoltato contro chi pensava di trarne profitto. Eppure nessuno ha mai smentito. Nessuno ha mai chiesto scusa per le notizie manipolate, le falsità propagandate, il martellante ricorso a armi di distrazione di massa o di costruzione di nemici non funzionali all’Occidente. Stesso copione, persino stessi attori. In attesa dell’attacco di un altro “Stato canaglia”, resti almeno la lezione.

http://www.youtube.com/watch?v=4KSWJU5Abk8&feature=player_embedded
http://www.who.int/countryfocus/cooperation_strategy/ccsbrief_lby_en.pdf
http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=26686
http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=25206

sabato 18 gennaio 2014

Vecchi libri, uova fresche. Storie di un mondo diverso


"Se presti attenzione, l'universo ti dice quando è giunto il tempo di andare", queste le parole di Polly Hinds per descrivere l’esperimento suggestivo che porta avanti da 13 anni con la sua compagna di sempre, Lynda German. Il loro incontro è avvenuto negli anni Settanta quando studiavano in un College del Colorado, da allora hanno deciso di trascorrere la vita insieme: Lynda denominata “mad dog”, perché tenace e leale, Polly “the pilgrim”, per evidenziare il lato spirituale del suo carattere.
La loro avventura è iniziata a Denver 35 anni fa, poi la scelta di abbandonare i ritmi della vita cittadina e il traffico di anime troppo vuote e trovare la propria dimensione in un ranch sperduto nel Wyoming, perfezionando “l’arte di fare quello che vogliono”. Oggi Polly e Linda trascorrono il tempo nella cura della fattoria che hanno allestito, vendendo libri di antiquariato in un edificio a due piani sprangato per non permettere alle alci vivono lungo il fiume Sweetwater di irrompere nella casa. Il vecchio granaio è la sede di 70.000 volumi usati, ma accoglie anche 62 polli, 41 pecore, tre pavoni, una faraona, un lama ed un asino dai colori che sanno di nuvole e terra. I libri collezionati costano tra $10 e $4.000 e una parte del mensile di $1.500 proviene da vendite on-line. In questo piccolo angolo di paradiso, si possono trovare libri rari come le opere di Thomas Carlyle, ma anche collezioni eclettiche non in vendita: statuine della fertilità Yoruba, pizzo incorniciato, vecchie bambole, animali impagliati. La tenuta è a 40 miglia dalla città più vicina, eppure la libreria è una delle migliori del paese perché specializzata in volumi pregiati, da quelli tecnici a quelli di lingue straniere fino alla letteratura per bambini. Ogni anno una quindicina di volumi arrivano ad Oxford e molti manuali militari vengono acquistati da Buckingham Palace.
In ogni angolo si respira un contrasto tra passato e presente, tra natura e squarci che ricordano antiche biblioteche. Può sorprendere la passeggiata della vecchia pecora Moona tra i libri, seguita da una scia di agnellini, così come le rocambolesche fughe dei cani degli ospiti inseguiti dal lama. Sullo sfondo spesso il vecchio trattore si appiccica tenacemente alla linea che divide il cielo dalla prateria. Un contrasto continuo, in realtà solo apparente. Forse una delle tante storie in grado di restituire un piccolo sguardo sul mondo senza corrugare troppo la fronte. Storia di passione e amore, che mette assieme ingredienti diversi senza grandi sorprese o un plateale lieto fine. Semplicemente, una storia di quotidianità ri-pensata.