martedì 23 dicembre 2014

Portarmi via

Non ho avuto la pazienza
di colmare
la metà di te
che non cercava me.
Rimane
un letto disfatto
dove tu hai dimenticato
di portarmi via.




Dimenticare un sogno.


Dimenticare un sogno.
Cadere nel tuo sonno.
Adagiata come lunga attesa,
inarcata come schiena.
Come l’ultimo abbraccio,
quando riscattai
le solitudini
degli addii mai dati.







Immagine: Egon Schiele - Abbraccio 1912

domenica 21 dicembre 2014

Non-storie, non-luoghi


C’erano storie che erano nonsense vissuti in non-luoghi. Storie così, appese a un calendario di giorni più o meno uguali che improvvisamente si riempivano per il gusto di schiacciare un pisolino sulla solitudine.

Erano quelle storie strane, Amanda Gresti le conosceva bene, che lasciavano uno spazio quasi amplificato e centuplicato nel letto a due piazze, che se aprivi gli occhi potevi metterci a dormire almeno un paio di bambini. Perché dormire, aveva pensato da sempre Amanda, sapeva indicare lo stato di salute di una coppia: lui sul margine, lei sul margine, quasi uno spiedo il bordo del letto, eppure così comodo mentre nel sonno ci si rigirava. Ognuno rannicchiato dalla parte opposta. Pensava a "un basterebbe cambiare verso", ma ogni volta, con grande stupore, il gesto si ripeteva magicamente al contrario.

Erano storie anche di non-luoghi, ovvero di luoghi che esistevano solo perché li aveva visti per la prima volta con gli occhi di un altro. E quando ci ripassava, lei provava quasi nostalgia, ma ci pensava un forte rigetto ad allontanarli. Non era disprezzo. Era proprio un rifiuto incontrollato di vuoti mai colmati, posti che diventavano sacche nell’anima pronte ad aprirsi quasimatrioske che risuonavano come il rumore ossessivo di un bambino… boom, boom, boom. E ogni colpo la costringeva a voltarsi e a strizzare gli occhi, perché il cuore dentro rimbombava di silenzi.

La mente era spesso un confuso specchietto per allodole e anche per allocchi, con strani riverberi a cui si potevano persino appendere perline, palline, palle… mai avercele le palle per scegliere. E le vittime erano i migliori carnefici, le raccontava spesso suo nonno. Sapevano tessere con ricami di oro e argento le situazioni subite, senza neanche accorgersi di amplificarle sul prossimo. Malcelato tentativo di nascondere le solitudini, buona fede sì, ma travestita da sentimento che coesisteva con il proprio dolore, come un’altalena in cui scacciare un pensiero corrispondeva a vederlo riapparire un attimo dopo. Lei nel mentre si mostrava felice di librarsi nell’aria e raccontare parole anche d’amore.

Le vittime erano i peggiori carnefici, senza nemmeno volerlo. Così Amanda schiacciava solitudini e lasciava che altri iniziassero storie con lei. Erano di sesso, di amore, coinvolgenti, deludenti. Uomini impasticcati di viagra, uomini che la toccavano, la baciavano. Lei manteneva gli occhi chiusi, rigorosamente cuciti sui ricordi. A tratti le sembrava di sentire la sua pelle, il profumo di quell’uomo, quel petto così grande dove perdere il suo viso di donna innamorata.
Amanda rinchiudeva ogni volta il fantasma, quel fantasma, nell’armadio delle case che visitava o nel suo letto e si raccomandava che non uscisse, a volte lo pregava in ginocchio.

Troppo forte il suo profumo, troppo odio per averla abbandonata. E lei stessa che era stata trasparente nella vita di lui, un insignificante essere con cui scopare e a cui chiedere di accompagnarlo in giro nelle notti di solitudine, voleva che tutti diventassero fantasmi.

- Ma tu lo sai che facciamo l’amore, aveva esordito un giorno l’ennesimo tizio nel suo letto.
In quel momento il fantasma si era agitato dietro l’anta dell’armadio. Lei sapeva l’esatto posto dove origliava i suoi orgasmi, tra un vestito di seta a fiori e un pullover di lana maculato a ricordarle di essere stata una donna.

- Certo che lo so.
- Ma lo diresti all’uomo di cui mi hai parlato?
- Non ci penso proprio.

Aveva osservato il tizio allontanarsi intrecciando le mutande con i pantaloni. Non ci pensava proprio. Non aveva il bisogno di raccontare a chi entrava nel suo letto di avere un’altra storia. Perché lei non ne aveva mai cominciate e perché lui, il fantasma, ascoltava buono tra i vestiti i passi dell’ennesimo volto che usciva dalla loro vita. E tirava persino un sospiro di sollievo ogni volta che si ripeteva il rito della fuga. Significava aver vinto ancora.

Immagine: Harry Holland


martedì 16 dicembre 2014

Inverno di solitudini




Mi scruti, porte mai chiuse nei tuoi occhi.
Ti scruto, quasi primavera nei miei.
E un freddo inverno di solitudini da dimenticare.

Immagine: Paul Delvaux, La Joie de Vivre, 1937


domenica 14 dicembre 2014

Ritrovarsi

Le accarezza i capelli. Sa di alghe di mare sulla scia di un tramonto.
Lui rimpianti di cose perdute. Lei un groviglio di cose mai dette.
Profumo francese su sentieri annodati del corpo,
la pelle di lei quasi schiuma s’inerpica in cerca di quiete.
Le mani scivolano a misurare il suo corpo quando sarà lontano.
Ascolta il suo cuore per ritrovarsi dove è sempre stata.


lunedì 8 dicembre 2014