lunedì 30 giugno 2014

Piovevano bombe dal cielo. Gli Usa e il bombardamento segreto del Laos



A guardarlo sulla cartina geografica, il Laos assomiglia a un grande albero dalla chioma piegata verso l’entroterra o a un uomo quasi ignaro, lo sguardo rivolto altrove. Non ci sono sbocchi sul mare, solo orizzonti racchiusi tra terre.
Lì piovvero bombe dal cielo, per nove lunghi anni. La natura intorno rimase a guadare silenziosa il suo stupro, la gente fu costretta a scappare, centinaia di migliaia di persone che si mossero lungo la “piana delle giare” e in tutto il territorio laotiano. I profughi si lasciarono dietro villaggi distrutti e c’era tempo per una disperazione che sapeva poco di nostalgia. Di fronte alla sopravvivenza, la casa spostava il proprio spazio e diventava il volto di chi era sopravvissuto, il volto degli affetti trovati e salvi,magari di un figlio che dormiva sogni che sembravano persino tranquilli.
Questi orizzonti furono scossi da bombe a grappolo, da poco introdotte sul mercato, esplosioni continue: intorno crateri chiazzavano il paesaggio, a volte sembravano pozzanghere perse tra il bambù. Le bombe iniziarono a cadere nel giugno del 1964 e la pioggia continuò fino al marzo del 1973. Qualcuno, con il cinico senno di poi, ha calcolato la portata dei bombardamenti: una bomba ogni otto minuti per 9 anni, due milioni di tonnellate vomitate sul territorio, più di quelle cadute sulla Germania e il Giappone durante il secondo conflitto mondiale. Una guerra segreta, avrebbero detto più tardi, con i fili mossi dalla Cia. A Thoummy Silamphan non interessava molto, come a tutti i bambini che prima di lui erano stati costretti a lasciare il villaggio per evitare la morte. C’era un tempo per tutto, dicevano. Ai bambini del Laos era stato negato persino quello di piangere. Ed era una guerra strana quella, lo avevano percepito subito gli abitanti dei villaggi. Non era tanto la mancata approvazione del Congresso americano a renderla segreta, quanto un atavico bisogno di sangue che sembrava calasse le falciate nelle viscere della terra. C’era l’arcano di una guerra che cominciava nel momento stesso in cui cessava. Quando la quotidianità sembrava riappropriarsi degli sguardi delle persone, l’eredità di quegli anni pesò come un macigno. Più del 30% delle bombe rimase inesplosa e di lì a poco causò morti e feriti senza esclusione di colpi.
Thoummy aveva otto anni e stava scavando nella terra. Ne ricordava la consistenza, il momento, l’ultima immagine prima dello scoppio. Stava cercando del bambù per fare la zuppa con la sua famiglia. L’esplosione arrivò inaspettata: nessuno poteva immaginare o addirittura sapere che il pericolo si annidasse dove si cercava il cibo. Fu colpito alla mano sinistra e un agricoltore della zona lo riportò a casa. Nella sua mente chiare le immagini di un dolore rimasto più sottile ma profondo, i 28 giorni trascorsi in ospedale, l’idea stramba che si potesse morire o essere feriti senza una guerra in corso. Eredità strana quella dell’insensatezza umana. Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.



http://legaciesofwar.org/about-laos/secret-war-laos/
http://www.motherjones.com/politics/2014/03/laos-vietnam-war-us-bombing-uxo
http://eternalharvestthebook.com/march-26-watch-the-us-drop-2-5-million-tons-of-bombs-on-laos/
http://www.democracynow.org/2014/6/25/50_years_after_us_launched_secret
http://www.democracynow.org/blog/2013/4/4/40_years_after_secret_us_war_in_laos_ended_millions_of_unexploded_bomblets_keep_killing_laotians




venerdì 2 maggio 2014

Dacci oggi il nostro fb quotidiano




Dacci oggi il nostro fb quotidiano

Si doveva sempre sentire un po’ in imbarazzo, lo stesso che notava appiccicato sulla faccia di qualche interlocutore o un lieve, quasi impercettibile alito negli occhi, ogni volta che qualcuno nominava quella parola. Tutti si fermavano un po’ a respirare: un solo respiro che toglieva quasi un peso tra le grinfie di quella maledetta bestia che aveva contagiato il mondo. Fascebuk, feiscebuh, feicbuk… un termine, mille sfumature di percezioni. Già la pronuncia un tripudio di pregiudizi o semplicemente di esperienze. Frizzante, gioioso, cupo, pronuncia con accento sulla “oo” (poteva essere l’emoticon della faccia di un maiale?), un po’ francese, sempre poco inglese.
Si masticava nelle conversazioni, mentre al tavolino tutti controllavano le notifiche, parola che un tempo non avrebbe fatto dormire sonni tranquilli e che improvvisamente apriva le porte della curiosità: un apprezzamento? Un commento? Un richiamo? Una polemica? Si muovevano comunque emozioni, pensava sempre. Certo alienandosi dal contesto in un tram o alla fermata dell’autobus o in ogni luogo dove ci fossero più di due persone magari sconosciute – condizione ideale - era strano veder tirare dalla tasca o dalla borsa il cellulare e giù un mondo accattivante che succhiava il cervello. Ma lei aveva scoperto tante cose su fb: i ciuffi di carote e finocchi potevano trasformarsi in paté, c’erano staffette di libri in giro per le città, personaggi fino a poco prima sconosciuti - novelli maghi - trasportavano carrette di libri per amore della lettura. Aveva scoperto che le bufale non facevano solo mozzarelle e i troll non erano solo umanoidi delle foreste, che la sua vicina neanche la salutava ma continuava a mettere mi piace sotto qualche tiepido post (soprattutto quelli che riguardavano l’ambiente!). Un giorno dal balcone le era sembrato di vederla dal Suv sbirciare sul telefonino, mentre scaricava il sacchetto nel bidone sbagliato. Una sorta di deformazione della realtà, ma anche il sentimento contrario. Persone che non aveva mai conosciuto profondamente nella vita reale con cui si creava un legame che sapeva di complicità. Aveva scoperto che i giornali e la televisione spesso mentivano: un mondo crollato. “Ma come, lo hanno detto al telegiornale!”… quella frase aveva perso improvvisamente il suo valore perché qualcuno complottava dall’alto. Dall’alto? Non dei cieli, ma della terra? Luoghi imperscrutabili dove uomini decidevano le sorti umane e pure aliene. Ma anche luoghi più comuni, per esempio al tavolo della propria cucina: per fare una bistecca ci volevano 2.850 litri d’acqua, per un hamburger 2.400 litri ma la storia non cambiava se si passava al riso o al frumento. E quando improvvisamente appariva il link sponsorizzato dell’ennesimo disinfettante per bucato, per chissà quale arcano mistero, si accorgeva che due amiche del liceo aspettavano un bambino: c’era il segno del loro passaggio (Y) ! Le si aprivano sempre scenari tra lo sbalordito e il felice, mentre le notizie scorrevano veloci.
Nulla da dire su un limite che trovava condivisibile e che sua madre, dall’alto dei suoi settant’anni, guardando la schermata, aveva condensato in una quasi esclamazione con tanto di punto di domanda: “Ma sono morti o vivi?”. Le era venuto in mente un unico pensiero: “ :) ” (due punti parentesi, due punti P, due punti D). Persone immobilizzate, quasi nicchie che prima o poi sarebbero diventate di un cimitero. Quest’idea, effettivamente anche inquietante, si era affacciata la mattina che era morto un suo contatto. Contatto non aveva a che fare,ovviamente, nulla con la pelle o l'essersi toccati. Aveva persino pianto. Quel fiume di lacrime iniziava a delineare un confine che si riusciva a scavalcare. Si può piangere per uno sconosciuto? Sì, se ti conosce meglio del vicino, dell’amico che frequenti per andare a prendere l’aperitivo, del conoscente che incontri puntualmente girando l’angolo della strada per andare al supermercato e “buongiorno, salve, buonasera” senza sapere nulla di te. C’era tanta merda da spalare nella quotidianità. Il lavoro che pressava sempre e metteva tra colleghi l’ansia della disumanità, i sogni costretti continuamente a scavalcare burroni, un pianto greco di emozioni ripiegate un po’ ovunque, in ogni angolo non visibile alla melma. Sì, quello sconosciuto morto per Sla, era una persona che aveva raccolto le sue inquietudini, che le aveva strappato un sorriso, con cui aveva parlato prima del tempo meteorologico poi del tempo dei ricordi. E invece là fuori tutti a giudicare la bestia. All’occorrenza puttanaio o luogo di incontri, spazio per divertirsi o per approfondire, per fare politica o essere leggeri, dove ridere o litigare con la sindrome eterna del coniglio travestito da leone. Per lei nessun giudizio, valeva sempre la regola di sua nonna intenta a far scorrere tra le dita un rosario: “Tutti ti diranno che fare e persino il modo. Quando torni a casa tua, quando la notte sbadiglia, quella sei tu”.
Sua nonna era morta troppi anni indietro per poterle dire che le sue notti , più che sbadigliare, vomitavano solitudine. Non le portavano mai consiglio, erano solo madide di pensieri. A intervalli non pervenuti, qualche momento di ristoro e di sonno. Avrebbe però voluto dire a sua nonna che, ora che il suo cane era scappato, suo figlio andato via, l’ennesimo uomo uscito dalla porta di una casa a tratti invasa di preoccupazioni, ora si sentiva meno sola. E quella malattia, quel contagio, quella bestia, le restituivano – per sbaglio forse – l’illusione di vivere. La vedeva sua nonna snocciolare grani, immagine sempre nitida d’inverno davanti al suo braciere. E fine rosario, rigoroso amen.

Olga Tamburini


giovedì 23 gennaio 2014

L’altra Libia. Quello che i media non hanno mai detto



La Banca centrale della Libia apparteneva alla Libia, a differenza della maggior parte di quelle del mondo occidentale. Era posseduta al 100% dallo Stato, senza la presenza di quote detenute da banche speculative o da azionisti privati. La Libia, esattamente come Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran, non era membro della Banca dei Regolamenti Internazionali con sede in Svizzera, la banca centrale di tutte le banche centrali che aveva raccolto l’adesione di 56 Paesi.
Negli ultimi anni prima della destituzione, Muammar Muhammad al-Gaddafi aveva minacciato l’espulsione delle compagnie petrolifere occidentali per favorire la totale nazionalizzazione del settore. Nella Libia del sanguinario dittatore ed oppressore delle masse, la casa era considerata un diritto umano imprescindibile e le giovani coppie venivano sovvenzionate con 60.000 dinari (pari a 50.000 dollari statunitensi) per l’acquisto del primo immobile. Secondo dati riportati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, tutt’altro che vicina a infatuazioni gheddafiane, l’apporto calorico procapite giornaliero era pari a 3144 chilocalorie e i tassi di mortalità infantile erano calati da 70 a 19 nascite su 100.000 nel 2009, mentre l’aspettativa di vita era passata da 61 a 74 anni nello stesso periodo.
L'assistenza medica era libera per tutti e di alta qualità: se i libici non riuscivano a trovare cure appropriate in patria, il governo forniva un sussidio per curarsi fuori dal paese. Grandi cambiamenti erano stati registrati anche nel campo socio-culturale: prima del 1969, solo il 5% della popolazione sapeva leggere e scrivere; nel 2009 il tasso di alfabetizzazione era salito all’83%. Il 25% possedeva un diploma universitario e chi dopo la laurea non riusciva a trovare un lavoro, percepiva un salario pari al valore medio di quello relativo alla professione esercitabile. Il prezzo del pane era basso, quello degli alimenti indispensabili sempre controllato; l’energia elettrica in Libia era libera per tutti, i prestiti avevano lo 0% di interessi e in caso di acquisto di un’automobile, il governo corrispondeva il 50% del costo. Ogni libico che sceglieva l’attività di agricoltore riceveva la terra libera, una casa, animali, sementi e attrezzature agricole.
All’indomani della famigerata rivoluzione libica, i primi atti dei ribelli, quelli che sbandieravano lo spettro di una Libia migliore e più giusta, osannati dalle diplomazie mondiali e salutati come liberatori dai media di mezzo mondo, non sono di certo stati a favore della popolazione. Nell’aprile 2011 sopraggiungeva. nemmeno inaspettato. un accordo con il Qatar per la vendita del petrolio libico. Nessuna sorpresa se a farla da padroni siano stati gli storici amici degli Usa. La stessa Banca Centrale finiva nelle mani degli investitori stranieri: in una situazione paradossale, la distruzione attraverso i bombardamenti dei portatori di democrazia e pace, si portava dietro un risvolto già programmato: chi prestava il denaro per finanziare la ricostruzione corrispondeva a chi aveva saccheggiato e distrutto la Libia. Il riconoscimento del FMI spalancava la porta a investitori stranieri.
Il 1 luglio 2011, 1,7 milioni di persone marciarono nella piazza verde di Tripoli per protestare contro i bombardamenti della NATO e manifestare la propria fedeltà a Muammar Muhammad al-Gaddafi. Su 5 milioni di abitanti, si trattava di una percentuale non certo trascurabile, tranne per i media occidentali impegnati a osannare improbabili liberazioni, a diffondere l’immagine bufala delle fosse comuni e a inventare immaginari reperti di guerra. Viene da chiedersi se ci sia un legame tra i colpi di Stato orditi dalla Cia e la caratteristica che accomuna i Paesi oggetto di destabilizzazione: sistemi bancari pubblici e non affidati a banche private. Tornano alla mente Cuba, l’Iran, il Guatemala, il Venezuela, l’Ecuador, democraticamente eletti ma soggetti a continui tentativi di rovesciamento ad opera dell’America perché non assoggettati ai diktat imposti dall’imperialismo. Ma l’Iraq, la Libia e più recentemente la Siria, dovrebbero aver acceso i riflettori sull’anomalia dell’informazione occidentale. Sempre più braccio di un imperialismo becero che si fa forza con facciate buone e umanitarie: organizzazioni filantropiche, figure di spicco idolatrate dalle masse, attivisti che si occupano di diritti umani a intermittenza.
Il giochetto sembra non aver funzionato per la Siria. I media mainstream sono stati costretti, in maniera subdola e meschina, ad allinearsi alle argomentazioni sostenute da quelle che – fino ad agosto – erano considerate nicchie antimperialiste, pro-assadiste o genericamente complottiste. L’orchestrazione della propaganda di guerra si è avvalsa anche stavolta di un dibattito appiattito, senza possibilità di replica e affidato alla voce di intellettuali, ong, pennivendoli e mercenari dell’informazione. Eppure si è fatta strada nell’opinione pubblica la necessità di comprendere in profondità gli eventi.
Crollati i primi muri, svelate le contraddizioni, smascherate le bufale, il teatrino ha iniziato a non reggere e si è addirittura rivoltato contro chi pensava di trarne profitto. Eppure nessuno ha mai smentito. Nessuno ha mai chiesto scusa per le notizie manipolate, le falsità propagandate, il martellante ricorso a armi di distrazione di massa o di costruzione di nemici non funzionali all’Occidente. Stesso copione, persino stessi attori. In attesa dell’attacco di un altro “Stato canaglia”, resti almeno la lezione.

http://www.youtube.com/watch?v=4KSWJU5Abk8&feature=player_embedded
http://www.who.int/countryfocus/cooperation_strategy/ccsbrief_lby_en.pdf
http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=26686
http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=25206

sabato 18 gennaio 2014

Vecchi libri, uova fresche. Storie di un mondo diverso


"Se presti attenzione, l'universo ti dice quando è giunto il tempo di andare", queste le parole di Polly Hinds per descrivere l’esperimento suggestivo che porta avanti da 13 anni con la sua compagna di sempre, Lynda German. Il loro incontro è avvenuto negli anni Settanta quando studiavano in un College del Colorado, da allora hanno deciso di trascorrere la vita insieme: Lynda denominata “mad dog”, perché tenace e leale, Polly “the pilgrim”, per evidenziare il lato spirituale del suo carattere.
La loro avventura è iniziata a Denver 35 anni fa, poi la scelta di abbandonare i ritmi della vita cittadina e il traffico di anime troppo vuote e trovare la propria dimensione in un ranch sperduto nel Wyoming, perfezionando “l’arte di fare quello che vogliono”. Oggi Polly e Linda trascorrono il tempo nella cura della fattoria che hanno allestito, vendendo libri di antiquariato in un edificio a due piani sprangato per non permettere alle alci vivono lungo il fiume Sweetwater di irrompere nella casa. Il vecchio granaio è la sede di 70.000 volumi usati, ma accoglie anche 62 polli, 41 pecore, tre pavoni, una faraona, un lama ed un asino dai colori che sanno di nuvole e terra. I libri collezionati costano tra $10 e $4.000 e una parte del mensile di $1.500 proviene da vendite on-line. In questo piccolo angolo di paradiso, si possono trovare libri rari come le opere di Thomas Carlyle, ma anche collezioni eclettiche non in vendita: statuine della fertilità Yoruba, pizzo incorniciato, vecchie bambole, animali impagliati. La tenuta è a 40 miglia dalla città più vicina, eppure la libreria è una delle migliori del paese perché specializzata in volumi pregiati, da quelli tecnici a quelli di lingue straniere fino alla letteratura per bambini. Ogni anno una quindicina di volumi arrivano ad Oxford e molti manuali militari vengono acquistati da Buckingham Palace.
In ogni angolo si respira un contrasto tra passato e presente, tra natura e squarci che ricordano antiche biblioteche. Può sorprendere la passeggiata della vecchia pecora Moona tra i libri, seguita da una scia di agnellini, così come le rocambolesche fughe dei cani degli ospiti inseguiti dal lama. Sullo sfondo spesso il vecchio trattore si appiccica tenacemente alla linea che divide il cielo dalla prateria. Un contrasto continuo, in realtà solo apparente. Forse una delle tante storie in grado di restituire un piccolo sguardo sul mondo senza corrugare troppo la fronte. Storia di passione e amore, che mette assieme ingredienti diversi senza grandi sorprese o un plateale lieto fine. Semplicemente, una storia di quotidianità ri-pensata.

sabato 31 agosto 2013

Quando gli americani testarono le armi chimiche nella comunità di St. Louis (1953-1954 e il 1963-1965)




L’uso delle armi chimiche è osceno, vero signor John Kerry, eppure bisognerebbe farle tornare alla memoria tutte le volte in cui gli Usa e i suoi alleati hanno perpetrato crimini rimasti sempre impuniti, in pieno stile doppiopesista tipicamente occidentale. Dall’uso di armi chimiche durante la prima guerra mondiale ai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, passando per l’utilizzo del cosiddetto Agent Orange con cui si orrorò abbondantemente il suolo del Vietnam fino all’uso del fosforo bianco a Falluja o al silenzio su quello israeliano nella Striscia di Gaza. Nemici costruiti a tavolino grazie a un preventivato lavorio sull’opinione pubblica e strategiche riunioni di decenni prima, mostri da eliminare e trattare come bestie su cui sperimentare nuove armi biologiche, loro, gli altri, quelli non americani, non appartenenti a quel popolo fiero, alla sua gente sempre pronta a intervenire nel nome dell'umanità.

Eppure sorprende scoprire come, tra gli anni 1953-1954 e 1963-1965, i governi dello Stato che lei stesso erge a difensore dei diritti nel mondo, abbiano permesso la sperimentazione di armi chimiche sulla stessa popolazione americana. Siamo precisi. Su una città, ma in particolare su un quartiere residenziale abitato da circa 10.000 persone che hanno avuto la sventura di vivere assemblate in un’unica area perché povere e di colore. Retaggi della schiavitù, verrebbe da pensare, l’uso dell’essere umano come cavia (neanche quello una novità), un numero di individui da sottoporre a esperimenti potenziali nel nome del progresso. Dove sarebbe la stessa idea di progresso? Viene in mente piuttosto una forma mentis criminale, soprattutto perché quell’area era abitata da bambini, in una percentuale di oltre il 70%, che hanno vissuto sulla propria pelle le conseguenze, tra cui un’incidenza elevatissima di cancro manifestatasi negli anni successivi.

Il quartiere è quello di Pruitt-Igoe, ne avrà sentito parlare, nella comunità di St. Louis, nello Stato del Missouri, dove furono effettuati test militari con prodotti chimici radioattivi fatti passare per sperimentazione di sostanze innocue che servivano ufficialmente a sviluppare "schermi di fumo" per proteggere la città da un potenziale attacco da parte dell'Unione Sovietica.

Prima negata, poi avvolta da un alone cospirazionista che come al solito scoraggia l’indagine aprioristicamente in nome di presunte verità che albergano sempre altrove, dal 2012 la vicenda scioccante ha trovato conferma grazie allo studio di numerosi documenti da parte della sociologa Lisa Martino-Taylor, professore presso la St. Louis Community College.

Esperimenti ultra-segreti con composti radioattivi fabbricati da una società anch’essa defunta, la US Radium (portata in tribunale per la morte di numerose donne che avevano utilizzato i suoi prodotti), condotti con aeroplani e spruzzatori chimici posizionati nei pressi delle scuole e degli edifici pubblici. Lei immagina la scena: bambini che ignari frequentavano un edificio, ridevano, giocavano, parlavano, e sulla cima della scuola avevano un contenitore che rilasciava sostanze radiologiche.

Non solo solfuro di zinco e cadmio, come ufficialmente sostenuto – la menzogna pure deve essere caratteristica ben sperimentata - ma particelle radioattive, in piena violazione di tutte le norme etiche della medicina e di tutti i trattati internazionali. Radium 226, la sostanza che ha ucciso molti dipendenti della stessa azienda produttrice, mentre l’esercito ha ammesso di aver aggiunto in quegli anni una sostanza fluorescente ai composti definiti innocui.

Sempre impuniti signor Kerry, ogni volta criminali. Storia del doppiopesismo occidentale.

sabato 17 agosto 2013

José Pepe Mujica: "La felicità si ottiene con poco o non si ottiene"




Si parla ancora troppo poco di José Pepe Mujica, il presidente povero così come è stato denominato, noto in Italia soprattutto perché vive con una somma che equivale ai nostri 800 euro e devolve gran parte dello stipendio a un progetto che prevede la costruzione di case per i poveri. La vita sobria che conduce in un piccolo appezzamento di terra a Montevideo, dove si coltivano crisantemi da vendere nei mercati locali, ha attirato negli ultimi anni l’attenzione sulla sua figura, un piccolo grande uomo capace di conquistare il regista Kusturica che vuole dedicare un film alla sua storia.
Se ne parla poco come tutte le vicende latinoamericane, che solo nell’ultimo periodo stanno conquistando spazio nei mainstream occidentali, scevre - a tratti - da pregiudizi e da categorie confezionate ad uso e consumo di un pubblico che non deve sapere, non può accorgersi che nell’America Latina, lontani i fantasmi della guerra fredda e abbandonati termini logorati e logoranti di democrazia e dittatura, ci sono Paesi che provano – non senza difficoltà – strade e modelli diversi. Anche questo nuovo approccio – dopo mesi si può dire – strettamente legato alla figura di Chavez e alla sua morte: il caudillo demonizzato persino dalla pseudo-sinistra che veniva celebrato da milioni di persone. Quel fiume in piena sigillava in maniera chiara e indiscussa il profondo processo della rivoluzione bolivariana, gettando una luce di autenticità sulla strada scelta dai paesi latinoamericani. La gente semplice entrava nelle case e spiazzava prepotentemente tutti i dubbi e i veleni gettati dai media occidentali sulla figura di Chavez. Si può amare un "dittatore" in maniera così profonda, fare file chilometriche per porgergli l'estremo saluto e parlare ancora di speranza? Storie di immaginario, si potrebbe dire, storie di percezioni che diventano un canale privilegiato per distinguere il vero dal falso.
Storie anche di un’informazione che continua a fare da megafono alle lobbies occidentali, sempre pronta, prona e funzionale alla costruzione di “nemici”, guarda caso legati sempre ed esclusivamente a realtà che sfuggono alla logica capitalista e imperialista, non sottostando spesso ai dettami del Fondo Monetario Internazionale. Di Pepe Mujica si dovrebbe parlare di più non solo perché è il Presidente di un Uruguay in questi anni migliore, ma perché i suoi insegnamenti di vita, semplici e disarmanti, ridisegnano un concetto di politica intesa come gestione del bene comune, senza interessi personali, nel nome di un modello che si allontani da quello del capitalismo. Dalla legalizzazione della marijuana come esperimento che, in piena umiltà, vale la pena sperimentare mettendo in discussione eventuali fallimenti, come racconta il Presidente, al tentativo di conciliazione con le FARC nel nome della pace come “bene collettivo” perché "la logica della guerra crea ancora di più la guerra" e gli unici perdenti sono gli esseri umani.
Parole che risuonano come macigni, assieme al concetto di solidarietà umana come condizione essenziale e primaria dell’esistenza, un concetto che trova la sua ragione in “un territorio interiore in cui fissare noi stessi”. “Prima di diventare presidente, ho vissuto come un essere vivente e lo faccio ancora", dice Pepe, ricordando che la sua "austerità" nel senso di vita e di morte è legata al concetto di felicità che non si trova nelle cose materiali. Ai giovani, durante la prima Conferenza sulla popolazione e lo sviluppo in America Latina e nei Caraibi il 12 agosto scorso, ha raccomandato di avere tempo per l’amore e meno preoccupazione per il consumismo. Durante il suo intervento, Mujica ha ricordato che la libertà e la solidarietà sono i presupposti essenziali per dare dignità a una generazione di giovani che sente il peso della crisi, non essendo il tempo dei “sogni facili e apparendo lo stesso diritto al lavoro come un’utopia. E’ una crisi innanzi tutto di civiltà, ha spiegato José, che ingloba il destino degli uomini e della terra. Ai giovani si chiede di continuare a lavorare, pagare le bollette, consumare, andare in pensione e infine morire, senza porsi minimamente il problema della possibilità di rincorrere modelli di libertà e civiltà diversi. Per definire il concetto di felicità nel tempo, Pepe Mujica è tornato su una argomento a lui familiare: "avere il tempo per vivere significa trascorrere il tempo cercando le cose che motivano". Un vecchio ribelle, come ama definirsi, che rifiuta il mondo strutturato e quadrato che pretende di dare felicità ma in realtà è specchio di una “civiltà cristiana e occidentale” che si è rivelata un “gigantesco fallimento” per aver trasformato la vita in un appello a spendere, consumare e accumulare, sprecando tempo importante per vivere. A noi piace.

venerdì 16 agosto 2013

Ecuador, 300 mila analfabeti in meno. L’istruzione come ricchezza grazie al contributo di Cuba



L’America Latina punta sull’istruzione come importante tassello nel cammino di emancipazione dei popoli. Progetto ambizioso quello del Presidente dell’Ecuador, Rafael Correa: sradicare l’anlfabetismo nel paese in 12 mesi, con il sostegno di quella che nel mondo occidentale viene ancora rappresentata come una “dittatura”, Cuba. Correva l’anno 1961, la campagna contro l’analfabetismo avviata dal governo cubano portò all’alfabetizzazione di 707mila persone in un solo anno, con una riduzione del tasso al 3,9% della popolazione, compresi anziani, persone con ritardi cognitivi e 25.000 haitiani che non parlavano la lingua spagnola.
Da quest’esperienza e dalla sua sperimentazione, dal 2002 Cuba ha avviato un programma specifico, “Yo sí puedo”, basato sull’apprendimento attraverso mezzi audiovisivi, metodo che ha ricevuto il premio Mestres 68 in Spagna il Premio alfabetizzazione “re Sejong” dell'UNESCO nel 2006. Ad oggi, grazie alla presenza di esperti cubani, sono state alfabetizzate grazie a “Yo sí puedo” quasi 6 milioni di persone in 30 paesi, tra cui Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Argentina, Messico, Guatemala, Brasile e persino Egitto, Guinea-Bissau e Spagna. Gli stessi docenti della nota Missione Robinson in Venezuela, che ha portato all’alfabetizzazione di quasi 2 milioni di venezuelani, si sono laureati con avviamento al metodo cubano, concorrendo in maniera decisiva a fare del Venezuela un “territorio libero dall’analfabetismo”, secondo quanto dichiarato dall’Unesco. Il segreto dell’efficacia del progetto è tutto nel continuo adattamento del programma basilare alle esigenze dei territori, attraverso una flessibilità di insegnamento che garantisce l’efficacia nelle diverse aree interessate, coinvolgendo i settori più svantaggiati della società attraverso un’idea centrale: la lettura come processo critico e liberatorio. Il programma prevede, oltre all’istruzione di base, il coinvolgimento in dibattiti che riguardano la violenza e il sesso, così come uno spazio dedicato a persone con disabilità. Dal 2011 anche il Presidente Correa ha coinvolto l'Ecuador in un percorso di alfabetizzazione soprattutto nelle quattordici province più arretrate: grazie all’impegno di 54 docenti cubani il tasso di analfabetismo è passato dal 6,5% al 3,5%.