martedì 30 luglio 2013

Bolivia. Industrializzazione della coca per usi terapeutici



Evo Morales ha annunciato che presenterà al vertice ALBA, in Ecuador, il piano di industrializzazione della foglia di coca per usi terapeutici con la creazione di una rete di imprese per la produzione di medicinali. La commercializzazione avverrà in primis tra i paesi che fanno parte dell’Alleanza Bolivariana e sarà gestita da un’apposita associazione di produttori, l’Adepcoca, che inizialmente provvederà alla produzione di 75mila tonnellate annue di infusi di coca e di stevia. Morales ha fatto riferimento alla cura, dimostratasi efficace, contro il diabete e sperimentata con successo in questi anni, ma anche all’utilizzo delle foglie per alleviare malattie dell’apparato digerente e l’artrite. Il Presidente, che ha difeso l’uso delle foglie di coca anche di fronte all’Assemblea delle Nazioni Unite considerando un errore la penalizzazione del consumo, ha ricordato che l’uso è già consentito in Bolivia sotto forma di gomma da masticare, per riti tradizionali e scopi terapeutici.

martedì 14 maggio 2013

Il cinema spagnolo dice no all’industria e allo sfruttamento dei delfini



Un giro d'affari da due miliardi di dollari l’anno sulla pelle dei cetacei sfruttati per il divertimento di massa e costretti in cattività nonostante i numerosi casi di suicidio. L’interesse e lo sconcerto per le sofferenze e le atrocità dietro il sipario sono venuti alla ribalta della cronaca, non certo con il giusto clamore, dopo la produzione del documentario "The Cove" (https://www.youtube.com/watch?v=4KRD8e20fBo), premio Oscar nel 2010, dove si raccontano le tecniche di rapimento dei delfini negli oceani, la separazione dalle loro madri tra grida di angoscia e i massacri di quelli che non sono adatti agli spettacoli negli acquari. Nella laguna di Taiji, in Giappone, avviene la cattura di questi cetacei per cui vengono pagati anche 150.000 dollari ad esemplare, il tutto per arricchire il mercato occidentale attraverso la caccia a 23.000 delfini ogni anno.

Nel documentario/denuncia ha recitato anche Richard "Ric" O'Barry ", protagonista del film Flipper, che ha dedicato una vita alla difesa dei delfini e alla lotta contro ogni forma di cattività. Ric O’Barry aveva catturato e allenato i cinque cetacei protagonisti del film; la svolta quando uno degli esemplari, Kathy era morta tra le sue braccia. Un suicidio. Da quel momento libri, reti tagliate per liberare i mammiferi e la costituzione di un’associazione per la denuncia dello sfruttamento che coinvolge delfinari, acquari e la stessa produzione cinematografica. In Spagna numerose personalità del mondo del cinema e della cultura si sono schierate contro lo sfruttamento dei cetacei nell’industria crudele degli spettacoli, con la complicità della mafia giapponese. Tra questi il regista Bigas Luna e altre personalità, come Fernando Tejero, Marina Salas, Macaco, Nuria Gago, Nathalie Seseña (http://www.youtube.com/watch?v=Gf-KYrLIMDI&feature=player_embedded).
I suicidi di delfini e orche sono denunciati da decenni da numerosi scienziati marini. Lo stress e la depressione dovuti alla limitazione degli spazi e il sogno dei non-confini dell’oceano, l’impossibilità di percorrere chilometri al giorno seguendo i loro istinti, l’assenza di discese nelle profondità marine, compromettono la stabilità emotiva dei cetacei, condannandoli alla morte nel giro di due anni e a uno sconvolgimento dello stesso ecosistema marino. Già negli anni Settanta erano stati denunciati numerosi casi di suicidi di orche che si erano lasciate morire di fame dopo 75 giorni dalla cattura e lo stesso comportamento era stato osservato nei delfini. Come aveva raccontato il famoso oceanografo Jacques Cousteau, molti esemplari erano morti dopo aver battuto la testa contro il muro in maniera ripetuta, agonizzando e annegando nel giro di poco tempo. Ancora scarsa informazione sulle atrocità perpetrate nel nome degli affari, la speranza che l'esempio della Spagna nei giorni scorsi sia solo l’inizio di un lungo percorso di civiltà.

domenica 12 maggio 2013

Sull’invenzione della guerra umanitaria in Siria. Gli australiani uccisi nel 2012 non erano volontari di una Ong ma jihadisti



Ad agosto del 2012 la notizia dell’uccisione di 4 volontari australiani ad opera delle forze di Assad aveva fatto il giro dei media. L’ABC News agency aveva riportato che Mustapha al Majzoub, uno dei militanti morti ad Aleppo, si trovava in Siria per fare carità e per svolgere “assistenza umanitaria”, nonché per porsi come mediatore tra le varie fazioni dei ribelli. In realtà, come riportato da un sito web dei martiri jihadisti, si trattava di un affiliato al Fronte di al-Nusra, così come gli altri tre uomini uccisi nel conflitto siriano. In un articolo pubblicato sul quotidiano australiano “The Sydney Morning Herald” si chiarisce definitivamente che – sulla base di notizie verificate dalla Polizia federale australiana e confermate dalle stesse famiglie - Mustapha al Majzoub, Roger Abbas, Yusuf Toprakkaya e Sammy Salma combattevano con gruppi di ribelli in diverse aree tra Maarat Numan e Aleppo. Nessun aiuto umanitario ai rifugiati che “non avevano acqua e cibo” o pellegrinaggi, come riferito da quotidiani tra cui The Australian, ma semplice affiliazione al Fronte al-Nusra in chiave anti-Assad. Ancora una volta distorsione della realtà finalizzata alla giustificazione di una guerra umanitaria e alla costruzione di un nemico da abbattere. Sulla manipolazione di guerra e la complicità dei media occidentali.

domenica 5 maggio 2013

Noam Chomsky: l’attacco di Obama ai diritti civili ben oltre la fantasia



Dura denuncia del linguista e filosofo americano Noam Chomsky che, in una lunga intervista pubblicata su TruthOut.org a cura di Mike Stiver, condanna l’attacco di Obama alle libertà civili. Ben oltre la fantasia, dal National Defense Authorization Act a Guantanamo, passando per l’utilizzo dei droni per uccidere e sorvegliare gli stessi cittadini americani.

La materializzazione di un grande incubo. Dal sogno americano al pericolo della limitazione delle libertà individuali, fino alla distruzione dei diritti costituzionali contenuti nella Magna Carta. Dubbi e interrogativi che animano da mesi il dibattito americano, ma rimangono confinati senza trovare rilievo sulla stampa mondiale. In Italia più che mai. Paura di far crollare completamente l’idea di un modello americano perfetto e di annientare la visione manichea a cui siamo stati abituati per esportare guerre umanitarie. Ancora una volta è Noam Chomsky a venirci in aiuto, con una lunga intervista in cui tocca i punti principali della pericolosità dei provvedimenti caldeggiati da Obama. Il linguista ammette di non essersi mai aspettato grandi cambiamenti dall’elezione del presidente, fin dalle primarie del 2008. Un gioco di fumo e specchi, lo definisce l’intellettuale americano, che ha trovato l’apice dell’equivoco nella promulgazione del National Defense Authorization Act (NDAA), nel gennaio dello scorso anno. Una legge che contiene una disposizione generica sulla detenzione indefinita universale senza accuse e senza processo, la cui pericolosità è legata alla completa assenza di limitazioni di ordine temporale o geografico. La detenzione di cittadini anche al di fuori di conflitti, infatti, è una palese violazione del diritto internazionale, oltre ad essere illegale ed incostituzionale per i principi americani.
L’analisi di Chomsky tocca l’uso dei droni sia come strumenti killer che come nuova frontiera per monitorare i cittadini americani. La condanna della lotta al terrorismo portata avanti attraverso velivoli che uccidono i civili, lascia intravedere la contraddizione del loro uso: difendere la vita di ogni americano non può avvalersi dell’uccisione di innocenti o di altre persone. Ma il dibattito sui droni coinvolge anche le scelte interne all’amministrazione Obama, in particolare l’iniziativa di affidarne il controllo alle forze di polizia locali per sorvegliare i cittadini. Non solo violazione della privacy, ma anche uso inappropriato della stessa per intimidire e minacciare gli individui. Chomsky non esclude la criminalizzazione del dissenso verbale non violento, un ulteriore colpo alla libertà americana, soprattutto in relazione al legame tra sistemi penali e etnie oppresse, in primis la popolazione maschile nera. Il linguista ricorda come quest’ultima non ha, ancora nel 2013, diritto a un giusto processo, a volte inesistente, né può permettersi un avvocato e una difesa decenti. Un esempio concreto di differenza “razziale” (inaugurata da Reagan) sarebbe per Chomsky la lotta alla droga: più facile arrestare un ragazzino nero che entrare in un quartiere ricco bianco per scoprire il traffico di cocaina. L’analisi non rimane in superficie: a chi conviene tener in vita sistemi carcerari di questo tipo? La carcerizzazione viene letta nell’ottica dell’affare privato portato avanti da lobbies ben definite e relative commercializzazioni.
La chiosa sulla globalizzazione e la tortura, legami sedimentati in sistemi collaudati che hanno portato paesi dell’Europa, del Medio Oriente, dell’Asia e dell’Africa a rendersi complici degli Usa, con l’esclusione dell’America Latina. Sulla scorta delle osservazioni dell’analista latinoamericano Greg Grandin, Chomsky fornisce un’ulteriore chiave per interpretare l’avversità contro Morales, Chavez e gli altri presidenti sudamericani contrari al sistema statunitense. La parentesi su Guatanamo e in particolare sulla storia di Omar Khadr, un ragazzo di 15 anni che, durante l’attacco al suo villaggio in Afghanistan, imbraccia il fucile e spara contro i soldati americani. Etichettato come terrorista è stato inviato alla base aerea di Bagram, notoriamente luogo di abusi e torture. Dopo un paio di anni è stato trasferito a Guantanamo e – avendo ottenuto un’udienza davanti a un tribunale militare – ha due scelte: dichiararsi colpevole e restare altri 8 anni in carcere o innocente e rimanerci per la vita. Essendo cittadino canadese, il Canada ha impugnato la causa e chiesto che sia liberato, al momento senza riscontri.

giovedì 2 maggio 2013

La destabilizzazione dell’America Latina. Evo Morales espelle l’Usaid



Per comprendere in maniera sommaria l’attività dell’U.S. Agency for International Development, nota come USAID, basta dare uno sguardo al Venezuela dei decenni passati e ai tentativi, svelati recentemente, di destabilizzazione del governo chavista. Lauti finanziamenti che utilizzavano come apripista Ong che, in realtà, dietro missioni sociali e ambientali, avevano il compito di raggiungere la società civile attraverso iniziative che portassero a un repentino cambio di regime pro Stati Uniti, finanziando la creazione di movimenti e fornendo consulenza ai partiti politici e ai media. Lo stesso golpe contro Chavez era stato sostenuto dall’USAID/OTI, fallito dopo 48 ore grazie all’attaccamento del popolo venezuelano al suo leader. Dal 2006 al 2010, più del 34% del bilancio USAID - che si avvicina a 15 milioni di dollari l'anno – è stato utilizzato per finanziare programmi universitari, seminari e altri eventi per costruire un movimento anti-Chavez. Nel 2010, i finanziamenti esterni per i gruppi di opposizione in Venezuela hanno raggiunto più di 57 milioni di dollari, la maggior parte proveniente da agenzie statunitensi come l'USAID e il National Endowment for Democracy (NED). Le ong hanno, nell’ultimo decennio, raggiunto 600.000 milioni di venezuelani a basso reddito per convincerli dell’inutilità della rivoluzione bolivariana: seminari, studi, corsi (propinati anche all’estero da docenti universitari profumatamente pagati) per parlare di “democrazia”.
Il Primo Maggio, in occasione delle celebrazioni del lavoro, Evo Morales ha accusato l’USAID, presente sul territorio dal 1964, di complotto contro la Bolivia e che i programmi ambientali e sociali di cui formalmente si occuperebbero le ong e la stessa agenzia saranno assorbiti dallo Stato. L’avvenimento si aggiunge ad una serie di provvedimenti che dal settembre 2008 hanno minato i rapporti tra Usa e Bolivia.
Ricordiamo che le attività dell’USAID riguardano tutta l’America Latina: la Colombia ha ricevuto recentemente170 milioni di dollari e il Guatemala 100 milioni per garantire il nuovo piano di intervento Usa nell’area meridionale: insistere sulla “pubblica sicurezza”, destabilizzare Cuba e favorire il controverso piano di aiuti ad Haiti. Oltre al Venezuela, è dimostrato che in Honduras, l'USAID ha lavorato con gli autori del colpo di stato, mentre si sospetta che in Paraguay l’attuale amministratore delegato, Mark Feierstein ex ufficiale dell'intelligence, abbia manovrato gli eventi che hanno permesso il regime nostalgico Stroessner di riprendere il controllo della nazione. In tutto, gli Stati Uniti investono 1 miliardo di dollari l'anno in "operazioni umanitarie" in America Latina e nei Caraibi attraverso la fantomatica agenzia per lo sviluppo internazionale (USAID). Infiltrazioni imperialistiche in nome degli interessi economici.

sabato 27 aprile 2013

Ci riprovano con le armi chimiche. Ieri in Iraq, oggi in Siria



Nel momento in cui l’esercito siriano riconquista importanti postazioni strategiche e l’anarchia regna tra le frange islamiste dell’Esercito Libero, spunta la presunta svolta dell’Occidente che giustificherebbe un intervento armato in Siria, legato all’utilizzo “probabile” di armi chimiche da parte del governo. Nonostante lo stanziamento di 123 milioni di dollari a sostegno dell’Esercito Libero per quelle che la Casa Bianca ha definito operazioni “non letali”, si tenta la consueta strada della presunzione di colpevolezza, la stessa che vide nel febbraio 2003, Colin Powell sventolare all’Onu una provetta per dimostrare la presenza di armi chimiche in Iraq, provetta che in realtà non conteneva nulla. L’anno successivo fu lo stesso segretario di Stato a riconoscere l’inattendibilità delle prove. In realtà, nessuna arma chimica è stata mai trovata sul territorio iracheno. Buona fede? Già prima dell’inizio del conflitto, l’ispettore Scott Ritter aveva annunciato che l’Iraq non possedeva armi chimiche, biologiche o nucleari, così come il Christian Science Monitor aveva riferito che il programma di distruzione di massa era terminato nel 1991e l’Iraq Study Group della Cia - dopo l’invio di 1.750 esperti - non aveva trovato nessun sito sospetto. Supposizioni che hanno aperto la strada al genocidio di 1 milione di iracheni e alla destabilizzazione dell’area.

Il “probabilmente” della Casa Bianca. Ennesimo conflitto delle probabilità
Nessuna certezza, nessuna verifica, solo l’ipotesi sostenuta da Gran Bretagna e Usa. La voce diffusasi in seguito alla testimonianza di un ufficiale israeliano che avrebbe visto persone con la schiuma alla bocca. Una guerra d probabilità, esattamente come in Iraq, in cui i media occidentali giocano sui grandi titoloni, ma sono costretti ad ammettere che l’uso – sempre probabile – sarebbe “limitato” e non su vasta scala. Come dire, per ammazzare poche persone la Siria fa il gioco americano e crea il pretesto per un intervento.
La richiesta del governo siriano è invece chiara: includere esperti cinesi e russi nella Commissione di ispettori e soprattutto rendere note le violazioni nell’uso di armi chimiche da parte dei ribelli. In particolare si chiede di indagare su quello che è stato additato come uno dei luoghi del crimine: il villaggio di di Khan al-Assal, nelle campagne di Aleppo, dove il ministro Omran Ahedal-Zouabi punta il dito contro i ribelli e chiede di approfondire l’aspetto legato all’arrivo delle armi non convenzionali dalla Turchia. Proprio dalla Turchia, alleata all’Occidente nella lotta ad Assad. L’invenzione preventiva, già ampiamente collaudata, per gettare in realtà ombra e silenzio sulle azioni imbarazzanti dell’ESL? E perché, per una maggiore credibilità, non inviare una Commissione indipendente in cui abbiano un ruolo anche esperti di Cina e Russia?
La linea rossa varcata dai ribelli
Creerebbe imbarazzo ammettere che l’uso di armi chimiche sia venuto dagli stessi liberatori sostenuti dal coro occidentale. A marzo una commissione di esperti dell’Onu aveva raggiunto, su richiesta di Assad, la Siria per indagare sulla presunta violazione del diritto internazionale dopo l’uso di CL17 ad Aleppo, in un’area vicina ad Al-Bab, quartiere controllato dal gruppo jihadista Al-Nusra. Nella strage erano morte 26 persone, tra cui numerosi componenti dell’esercito lealista, e c’erano stati 110 feriti. Il governo siriano aveva fortemente caldeggiato le indagini, concluse con una bolla di sapone nei primi giorni di aprile: non si erano trovate, guarda caso, informazioni rilevanti. Propaganda prezzolata quella del NYT, megafono americano anti-Assad, che in questi giorni ha parlato di mancata verifica a causa del veto posto all’entrata dell’Onu. Si assiste a uno scenario noto in cui la menzogna sistematica delle lobbies delle petro-monarchie e degli Usa è usata per esercitare pressioni politiche ed economiche e per minare la sovranità di uno Stato. Copioni noti.

Una chiosa. Sullo stato dell’informazione in Italia
Dopo essersi abbeverati alla fonte della verità dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, una bufala smascherata persino dal NYT al soldo dell’Europa e delle petro-monarchie, i media provano a confondere le acque. «Siria, insorti: "Liberati vescovi ortodossi. Sequestrati dalle forze di Assad"», titolava qualche giorno fa la Repubblica. Stesso copione altri giornali, dopo che la notizia era stata battuta in questi termini dalle principali agenzie di stampa italiana. Chi segue la questione siriana attraverso la stampa estera locale e le agenzie cattoliche si è trovato di fronte a un chiaro esempio di manipolazione di guerra. La scelta di riportare le dichiarazioni degli “insorti” per sviare la responsabilità, ma soprattutto per presentare l’ESL come un esercito di liberatori. Quale sarebbe il senso del rapimento di alleati da parte delle forze governative? I cristiani della Siria sono strenui difensori della laicità dello Stato siriano e denunciano da due anni le violenze del fantomatico ESL e delle frange che in alcune aree hanno imposto le fatwa (esemplare il diritto a violentare le donne cristiane ad Aleppo). Fonti siriane e agenzie cattoliche confermano che il rilascio dei vescovi non è avvenuto e che il rapimento è opera di integralisti islamici che hanno lo scopo di chiedere riscatti e favorire la divisione su base religiosa. Un’informazione che non verifica e mostra gravi lacune, ma soprattutto che dà la chiara impressione di voler manipolare l’opinione pubblica. In tutte le guerre, un topos che si ripete, i media al servizio delle lobbies e dei loro interessi. La Siria dovrebbe aprire una finestra sulla credibilità dei media italiani.

martedì 23 aprile 2013

Siria. Il controllo del petrolio e la strage di civili a Deir Ezzor firmata da al-Nusra




Deir Ezzor è una città della Siria orientale, fedelissima al presidende Assad, punto di incontro di diverse culture perché da secoli area tribale dove convivono allevatori, agricoltori delle regioni adiacenti e abitanti del deserto. Negli ultimi giorni è diventata teatro di scontri tra le diverse fazioni che combattono nel conflitto siriano, soprattutto in relazione al possesso degli impianti petroliferi. Il controllo del petrolio potrebbe, infatti, assicurare al fantomatico Esercito Libero il commercio di greggio verso i Paesi europei, come si evince dalla decisione di rimuovere l’embargo che interessa la Siria dal 2011 per le opposizioni siriane. Le tribù locali si sono mostrate preoccupate e hanno annunciato resistenza, soprattutto dopo la strage in un villaggio di Deir Ezzor, dove sono morti numerosi civili. Uno dei leader tribali locali avverte che il conflitto in nome dell’oro nero potrebbe aprire nuovi scenari: "Il problema di tutti i problemi, il flagello di tutti i flagelli è il petrolio. Chiediamo una riunione di tutti i villaggi e degli abitanti delle campagne per discutere questo problema, che è un grave pericolo e potrebbe causare il nostro annientamento”.
Il fronte al-Nusra, terroristi legati ad Al Qaeda che vogliono costituire un unico grande stato islamico tra Iraq e Siria, ha fatto esplodere 30 case causando la morte di molti abitanti del villaggio. La rappresaglia è avvenuta in seguito alla richiesta di aiuto da parte degli abitanti al presidente Assad per scongiurare il furto sistematico del petrolio e ad alcuni scontri dove sarebbero morti dei ribelli, tra cui mercenari stranieri. L'episodio scatenante sarebbe stato una disputa che si è accesa dopo il prelievo di un camion nella città di Masrib. Un video pubblicato dal Fronte Al Nusra (http://www.youtube.com/watch?v=AYNdgu2rQ2o) testimonia la distruzione del villaggio nella regione Masrib nel governatorato di Deir Ezzor, non lontano dal confine iracheno. L'attentato con esplosivi viene presentato come un attacco alle case di proprietà dei prigionieri Shabīḥa, ma rapporti più attendibili rimandano a una rappresaglia dei jihadisti sul villaggio per il furto di petrolio. A latere, dopo tre anni di conflitto, nel vuoto di potere emergono scontri secondari che lasciano intravedere i futuri scenari dello Stato in caso di caduta del governo siriano. Intanto l’Occidente continua a orchestrare la costruzione del nemico Assad, utilizzando come fonti anonimi attivisti che rimandano all’Osservatorio Siriano per i Diritti, una fantomatica organizzazione che è in realtà una sola persona che vive e Londra e segue con un computer e un cellulare le vicende del conflitto. Un uomo al soldo dell’Europa e delle petro-monarchie, come lui stesso ha riconosciuto in un’intervista al NYT, che influenza in maniera determinante la stampa occidentale. Una sorta di megafono dell’Occidente che limita la conoscenza sulla reale situazione siriana e non dà voce ai cristiani e alle minoranze perseguitate quotidianamente dall’Esercito Libero. I residenti delle città di Aleppo e della stessa Deir Ezzor hanno riferito che il Fronte Al Nusra sta tentando di imporre la propria interpretazione estremista della sharia islamica,vietando ad esempio il fumo e l'ascolto di musica e giudicando infedeli le donne che indossano pantaloni.
La fine di uno Stato laico, come pianificato fin dal 2005 dal Dipartimento di Stato americano, con il completo consenso dell’Europa: è questo l’obiettivo prossimo in attesa di un attacco all’Iran. Risvolti inquietanti di copioni che si ripetono, non solo nel Medio Oriente.