domenica 21 dicembre 2014

Non-storie, non-luoghi


C’erano storie che erano nonsense vissuti in non-luoghi. Storie così, appese a un calendario di giorni più o meno uguali che improvvisamente si riempivano per il gusto di schiacciare un pisolino sulla solitudine.

Erano quelle storie strane, Amanda Gresti le conosceva bene, che lasciavano uno spazio quasi amplificato e centuplicato nel letto a due piazze, che se aprivi gli occhi potevi metterci a dormire almeno un paio di bambini. Perché dormire, aveva pensato da sempre Amanda, sapeva indicare lo stato di salute di una coppia: lui sul margine, lei sul margine, quasi uno spiedo il bordo del letto, eppure così comodo mentre nel sonno ci si rigirava. Ognuno rannicchiato dalla parte opposta. Pensava a "un basterebbe cambiare verso", ma ogni volta, con grande stupore, il gesto si ripeteva magicamente al contrario.

Erano storie anche di non-luoghi, ovvero di luoghi che esistevano solo perché li aveva visti per la prima volta con gli occhi di un altro. E quando ci ripassava, lei provava quasi nostalgia, ma ci pensava un forte rigetto ad allontanarli. Non era disprezzo. Era proprio un rifiuto incontrollato di vuoti mai colmati, posti che diventavano sacche nell’anima pronte ad aprirsi quasimatrioske che risuonavano come il rumore ossessivo di un bambino… boom, boom, boom. E ogni colpo la costringeva a voltarsi e a strizzare gli occhi, perché il cuore dentro rimbombava di silenzi.

La mente era spesso un confuso specchietto per allodole e anche per allocchi, con strani riverberi a cui si potevano persino appendere perline, palline, palle… mai avercele le palle per scegliere. E le vittime erano i migliori carnefici, le raccontava spesso suo nonno. Sapevano tessere con ricami di oro e argento le situazioni subite, senza neanche accorgersi di amplificarle sul prossimo. Malcelato tentativo di nascondere le solitudini, buona fede sì, ma travestita da sentimento che coesisteva con il proprio dolore, come un’altalena in cui scacciare un pensiero corrispondeva a vederlo riapparire un attimo dopo. Lei nel mentre si mostrava felice di librarsi nell’aria e raccontare parole anche d’amore.

Le vittime erano i peggiori carnefici, senza nemmeno volerlo. Così Amanda schiacciava solitudini e lasciava che altri iniziassero storie con lei. Erano di sesso, di amore, coinvolgenti, deludenti. Uomini impasticcati di viagra, uomini che la toccavano, la baciavano. Lei manteneva gli occhi chiusi, rigorosamente cuciti sui ricordi. A tratti le sembrava di sentire la sua pelle, il profumo di quell’uomo, quel petto così grande dove perdere il suo viso di donna innamorata.
Amanda rinchiudeva ogni volta il fantasma, quel fantasma, nell’armadio delle case che visitava o nel suo letto e si raccomandava che non uscisse, a volte lo pregava in ginocchio.

Troppo forte il suo profumo, troppo odio per averla abbandonata. E lei stessa che era stata trasparente nella vita di lui, un insignificante essere con cui scopare e a cui chiedere di accompagnarlo in giro nelle notti di solitudine, voleva che tutti diventassero fantasmi.

- Ma tu lo sai che facciamo l’amore, aveva esordito un giorno l’ennesimo tizio nel suo letto.
In quel momento il fantasma si era agitato dietro l’anta dell’armadio. Lei sapeva l’esatto posto dove origliava i suoi orgasmi, tra un vestito di seta a fiori e un pullover di lana maculato a ricordarle di essere stata una donna.

- Certo che lo so.
- Ma lo diresti all’uomo di cui mi hai parlato?
- Non ci penso proprio.

Aveva osservato il tizio allontanarsi intrecciando le mutande con i pantaloni. Non ci pensava proprio. Non aveva il bisogno di raccontare a chi entrava nel suo letto di avere un’altra storia. Perché lei non ne aveva mai cominciate e perché lui, il fantasma, ascoltava buono tra i vestiti i passi dell’ennesimo volto che usciva dalla loro vita. E tirava persino un sospiro di sollievo ogni volta che si ripeteva il rito della fuga. Significava aver vinto ancora.

Immagine: Harry Holland


martedì 16 dicembre 2014

Inverno di solitudini




Mi scruti, porte mai chiuse nei tuoi occhi.
Ti scruto, quasi primavera nei miei.
E un freddo inverno di solitudini da dimenticare.

Immagine: Paul Delvaux, La Joie de Vivre, 1937


domenica 14 dicembre 2014

Ritrovarsi

Le accarezza i capelli. Sa di alghe di mare sulla scia di un tramonto.
Lui rimpianti di cose perdute. Lei un groviglio di cose mai dette.
Profumo francese su sentieri annodati del corpo,
la pelle di lei quasi schiuma s’inerpica in cerca di quiete.
Le mani scivolano a misurare il suo corpo quando sarà lontano.
Ascolta il suo cuore per ritrovarsi dove è sempre stata.


lunedì 8 dicembre 2014

Ti aspetto

Ti aspetto.
E cerco in te una casa.
E trovo in te un altrove.



Immagine Ofra Amit


sabato 15 novembre 2014

Tempo di andare

Ti sei seduto sulla riva di un pensiero. Mi hai scrutata, i tuoi occhi due piccole stelle accese su silenzi troppo grandi.
Era sera, era solitudine, era sogno.
Le nuvole squarciavano senza pudore un cielo ancora poco assonnato. Arabeschi di luce dei lampioni filtravano tra le tende e si stampavano su lenzuola di lino profumate. Potevo sentire il tuo corpo, tra le mani impregnate di troppe assenze e solitudini. Potevo misurarlo il tuo corpo, palmo dopo palmo, dita intrecciate a cercare sentieri di per sempre assolati.
È spesso triste il tempo delle attese.
È sempre vuoto il tempo della mancanza.
Tu riempi con i lembi della tua pelle, che ho sfiorato, annusato, cercato, tu riempi cerchi concentrici di occhi stanchi di tempo.
Ti ho sognato stanotte. Eri calma e bufera, riposo e frenesia. Eri il bosco che si affaccia sull’autunno, quello di settembre, quando nelle mattine mezze calde di silenzi e ore troppo scure, dalla terra si alzano odori. Le prime foglie cadute, le prime foglie marcite e poi scalpiccio di solitudini dagli occhi bassi.
Ti ho sognato stanotte, avevi occhi stanchi ma ti sforzavi di rapire un desiderio che sapesse di vita. Un passato che è ancora presente, un sapore di infanzia nascosto tra il fazzoletto della tasca, un sorriso stampato a ricordarti di essere un uomo. Eri tu, con l’arcata di solitudini che si fondono con mille altri pensieri.
Eri tu e mi hai detto: - Tempo di andare. Con me.

Immagine Man Ray





giovedì 13 novembre 2014

Primavera rubata all'inverno

Nel cielo ritagliato di foglie d’autunno, parole nascono sulla bocca, già stanche di domani. Lei si passa la mano tra i capelli, profumo di oriente tra le pieghe dei vestiti, battiti del cuore lungo le linee della pelle.
Lui addosso mezze solitudini, lasciate appese ad asciugare come fossero pensieri. La mano di lei trema, quasi foglia sospesa a cercare il suo ramo; il viso di lui una pioggia di segni, senza pause né silenzi. Intersecarsi di linee dai contorni indefiniti, perse laddove cominciano: un amore, una solitudine, un dolore. I piedi raccolti lungo un viale di erbe calpestate e scricchiolii di pensieri. Solo un piccolo gesto a distrarre i loro occhi adagiati sulla terra umida. Fermati, sospesi, arresi. Primavera rubata all’inverno, barattata con quattro parole d’amore e un buon vino. Gli occhi di lei due mandorle alzate a guardare le prime gocce di pioggia. Una nebbia avvolge i contorni lontani. Il fumo della sigaretta vende illusioni. Solo mani, poi un abbraccio e il sentiero delle labbra tra gli indugi del presente.





Immagine: Immagine: René Groebli

mercoledì 12 novembre 2014

Quasi sogno, quasi tempo



Quei due si tenevano per mano prima di conoscersi. Era un gioco di sensazioni aggrovigliate tra le pieghe dei desideri, era attesa, devastante attesa di sguardi che riuscissero a scollarli dalla bruttura e li ancorassero saldamente a un sorriso. Erano momenti immaginati, ritagliati all’ideale, al sogno, all’immaginazione, nostalgia di primavere, il vagare persi tra la gente, l’effimero che prendeva ogni volta le sembianze di un uomo o di una donna.

Quei due, erano l’alfa e l’omega di un sogno, del loro sogno, e dove finiva uno cominciava l’altro, senza paura di interporre silenzi o barriere. Percorrevano strade diverse eppure sembravano avvicinarsi mentre fuori il mondo girava tra solitudini e nostalgie di cose mai avute. Un richiamo che si allontanava a tratti, quasisogno svanito nell’ora della rassegnazione. Eppure riuscivano ad assaporare un retrogusto mai intinto di cose lontane o passate, ma ogni volta nuovo.

Quei due sorseggiavano la vita quasi con avidità, per sentire l’attimo in cui tra mille odori e sapori intravedessero una traccia che parlasse di loro. Il tempo e la vita avevano un appuntamento, dove i per sempre non esistevano e lo spazio si dilatava, come l’abbraccio di un prato fiorito o un disegno mai completato: aspettavano la mano dell’altro per renderlo speciale.

Quei due si incontrarono un giorno semplice, ognuno portava per strada se stesso, senza retorica, fronzoli, trucchi. All’angolo della strada due occhi entrarono dentro altri occhi e lui disse: - Sai, io sono fragile.
E lei, sorriso nascosto tra le pieghe delle labbra: - Conosci un’altra strada per dirmi che sei un uomo?

Immagine: René Groebli