lunedì 8 dicembre 2014

Ti aspetto

Ti aspetto.
E cerco in te una casa.
E trovo in te un altrove.



Immagine Ofra Amit


sabato 15 novembre 2014

Tempo di andare

Ti sei seduto sulla riva di un pensiero. Mi hai scrutata, i tuoi occhi due piccole stelle accese su silenzi troppo grandi.
Era sera, era solitudine, era sogno.
Le nuvole squarciavano senza pudore un cielo ancora poco assonnato. Arabeschi di luce dei lampioni filtravano tra le tende e si stampavano su lenzuola di lino profumate. Potevo sentire il tuo corpo, tra le mani impregnate di troppe assenze e solitudini. Potevo misurarlo il tuo corpo, palmo dopo palmo, dita intrecciate a cercare sentieri di per sempre assolati.
È spesso triste il tempo delle attese.
È sempre vuoto il tempo della mancanza.
Tu riempi con i lembi della tua pelle, che ho sfiorato, annusato, cercato, tu riempi cerchi concentrici di occhi stanchi di tempo.
Ti ho sognato stanotte. Eri calma e bufera, riposo e frenesia. Eri il bosco che si affaccia sull’autunno, quello di settembre, quando nelle mattine mezze calde di silenzi e ore troppo scure, dalla terra si alzano odori. Le prime foglie cadute, le prime foglie marcite e poi scalpiccio di solitudini dagli occhi bassi.
Ti ho sognato stanotte, avevi occhi stanchi ma ti sforzavi di rapire un desiderio che sapesse di vita. Un passato che è ancora presente, un sapore di infanzia nascosto tra il fazzoletto della tasca, un sorriso stampato a ricordarti di essere un uomo. Eri tu, con l’arcata di solitudini che si fondono con mille altri pensieri.
Eri tu e mi hai detto: - Tempo di andare. Con me.

Immagine Man Ray





giovedì 13 novembre 2014

Primavera rubata all'inverno

Nel cielo ritagliato di foglie d’autunno, parole nascono sulla bocca, già stanche di domani. Lei si passa la mano tra i capelli, profumo di oriente tra le pieghe dei vestiti, battiti del cuore lungo le linee della pelle.
Lui addosso mezze solitudini, lasciate appese ad asciugare come fossero pensieri. La mano di lei trema, quasi foglia sospesa a cercare il suo ramo; il viso di lui una pioggia di segni, senza pause né silenzi. Intersecarsi di linee dai contorni indefiniti, perse laddove cominciano: un amore, una solitudine, un dolore. I piedi raccolti lungo un viale di erbe calpestate e scricchiolii di pensieri. Solo un piccolo gesto a distrarre i loro occhi adagiati sulla terra umida. Fermati, sospesi, arresi. Primavera rubata all’inverno, barattata con quattro parole d’amore e un buon vino. Gli occhi di lei due mandorle alzate a guardare le prime gocce di pioggia. Una nebbia avvolge i contorni lontani. Il fumo della sigaretta vende illusioni. Solo mani, poi un abbraccio e il sentiero delle labbra tra gli indugi del presente.





Immagine: Immagine: René Groebli

mercoledì 12 novembre 2014

Quasi sogno, quasi tempo



Quei due si tenevano per mano prima di conoscersi. Era un gioco di sensazioni aggrovigliate tra le pieghe dei desideri, era attesa, devastante attesa di sguardi che riuscissero a scollarli dalla bruttura e li ancorassero saldamente a un sorriso. Erano momenti immaginati, ritagliati all’ideale, al sogno, all’immaginazione, nostalgia di primavere, il vagare persi tra la gente, l’effimero che prendeva ogni volta le sembianze di un uomo o di una donna.

Quei due, erano l’alfa e l’omega di un sogno, del loro sogno, e dove finiva uno cominciava l’altro, senza paura di interporre silenzi o barriere. Percorrevano strade diverse eppure sembravano avvicinarsi mentre fuori il mondo girava tra solitudini e nostalgie di cose mai avute. Un richiamo che si allontanava a tratti, quasisogno svanito nell’ora della rassegnazione. Eppure riuscivano ad assaporare un retrogusto mai intinto di cose lontane o passate, ma ogni volta nuovo.

Quei due sorseggiavano la vita quasi con avidità, per sentire l’attimo in cui tra mille odori e sapori intravedessero una traccia che parlasse di loro. Il tempo e la vita avevano un appuntamento, dove i per sempre non esistevano e lo spazio si dilatava, come l’abbraccio di un prato fiorito o un disegno mai completato: aspettavano la mano dell’altro per renderlo speciale.

Quei due si incontrarono un giorno semplice, ognuno portava per strada se stesso, senza retorica, fronzoli, trucchi. All’angolo della strada due occhi entrarono dentro altri occhi e lui disse: - Sai, io sono fragile.
E lei, sorriso nascosto tra le pieghe delle labbra: - Conosci un’altra strada per dirmi che sei un uomo?

Immagine: René Groebli

sabato 27 settembre 2014

La mala-informazione: i cristiani di Siria dimenticati dall’Occidente




Convenienza o buona fede?
A tre anni dall’inizio del conflitto siriano, gli improvvisi silenzi sulla guerra nell’area e i riflettori spostati sul califfato dell’IS dovrebbero quanto meno aprire spunti di riflessione. Perché i media mainstream urlano improvvisamente e all’unisono che i cristiani sono perseguitati? Non lo sono dal 2011 anche quelli siriani dalle brigate jihadiste che adesso l’Occidente finge di combattere? Dove erano allora i mass media?


Nascosti nel pantano degli interessi. La mala-informazione

Da tempo si è fatta strada la consapevolezza che il conflitto siriano sia stato influenzato in maniera significativa dal ruolo dell’informazione. Dopo le lezioni recenti impartite dall’Iraq di Saddam e dalla Libia di Gheddafi, vissute in quasi diretta dal punto di vista della controinformazione online (sebbene allora ancora poco incanalata per raggiungere il grande pubblico), i successivi sviluppi nell’area mediorientale hanno trovato un’opinione pubblica più sensibile ad affrontare in termini critici l’improvvisa primavera senza rondini scoppiata nell’antica Mesopotamia. Primavera che si è ripetuta con gli stessi copioni e gli stessi attori principali. La terra siriana, decantata come culla della civiltà araba fino al 2005, e lo stesso presidente Bashar al Assad, celebrato da Obama come giovane e lungimirante presidente e accolto nel 2010 da Napolitano come “esempio di laicità e difensore della libertà”, si è trovata sotto attacco in nome di quella che – come nel caso di altre aree mediorientali – i media occidentali hanno presentato come una riscossa rivoluzionaria. Una rivoluzione in una terra fino a pochi mesi considerata esempio di laicità e multiculturalità? Una rivoluzione che ha seminato ovunque integralismi e morte?
Era il 2011 e la grancassa della propaganda europea si è messa subito in moto allineandosi alla posizione del governo americano, con ricchi palinsesti dedicati ai crimini del regime dittatoriale degli Assad e alla primavera soffocata nel sangue. Per più di un anno dall’inizio della guerra, le voci dissidenti sono rimaste poche e relegate ai margini. Solo dal 2012 sono nate testate dedicate alla Siria, molte delle quali hanno dato voce alle minoranze presenti nel Paese che cercavano di far conoscere un’altra verità. In primis quella cristiana.
Imperdonabile per l’informazione occidentale il silenzio durato fino al 2014. Basterebbe armarsi di un po’ di senso critico per accorgersi del diverso trattamento riservato alle altre comunità cristiane in Iraq e in aree mediorientali strategicamente importanti per l’America. I media mainstream hanno dedicato ampi spazi agli eccidi dell’Isil, dimenticando spesso di sottolineare almeno un aspetto importante tra i tanti: gli Usa e le petromonarchie hanno finanziato i ribelli siriani che si opponevano al governo di Assad creando il mostro che fingono di combattere. Comprese le brigate integraliste. Una nuova strategia per mettere le mani sulla Siria? Un mostro sfuggito di mano o un cavallo di troia?


Cristiani di serie A e cristiani di serie B

Palinsesti manipolati per far piacere ai governi. Si è fatta una grande fatica nei mesi scorsi a reperire informazioni sulla questione siriana che non fossero quelle battute da fantomatiche agenzie, spesso al servizio delle potenze occidentali. Persino il “New York Times” si è accorto, nei primi mesi del 2013, che l’Osservatorio Siriano per i diritti umani, bocca della verità in Italia, era in realtà una sola persona residente a Londra e noto frequentatore del Ministero degli Esteri inglese. Eppure la voce dei cristiani di Siria cercava di levarsi dalle colonne dei principali organi di informazione cattolica.
La deputata cattolica indipendente al Parlamento siriano Maria Saadeh ha instancabilmente parlato di ciò che stava accadendo nella sua terra per anni. Qualcuno ne ha sentito parlare tra una notizia gossip e una partita di calcio? Nel novembre 2013, in un discorso ai cristiani d’Oriente, Saadeh ha rimarcato il senso della “guerra di concetti” in Siria, “usata per cambiare il vero senso della cittadinanza e dell’ appartenenza e per minacciare e distruggere la nostra identità, per condurci in un conflitto religioso e settario nel quale ognuno elimina l’altro”. Maria Saadeh ha avuto sempre una posizione critica nei confronti del presidente Assad, ma ha denunciato il tentativo esterno di minare il cuore della laicità e del multiculturalismo della società siriana, puntando il dito contro Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Stati Uniti.
Le testimonianze dei cristiani sono state tante, dalla denuncia delle suore trappiste di Homs nel dicembre 2012, ( “Davanti agli occhi abbiamo anche le immagini dei tanti mercenari, dei salafiti giunti da ogni parte per la jihad: anch’essi per la maggior parte giovani, ragazzi imbottiti di satellitari, di droga e di armi”) a quella delle suore di Aleppo, fino alle parole di Padre Jules Baghdassarian, direttore delle Pontificie Opere missionarie ricordato da Francesco Mario Agnoli: “Non c’è guerra civile in Siria, ci sono tentativi di renderla una guerra civile, c’è un pressione per trasformare il conflitto in un conflitto settario, abbiamo vissuto questa esperienza in Libano, si è visto in Iraq e ora lo vediamo in Siria”.
Nel luglio del 2012 Padre Andrzej Halemb denunciava la superficialità dei mezzi di comunicazione occidentali nel raccontare gli avvenimenti in Siria. A un anno dall’inizio del conflitto siriano, poco “civile” e molto pilotato, apparivano su testate online italiane le prime voci di dissidenza nel panorama uniformato dell’informazione. Uniformato e sotto l’egida propagandistica americana ed europea, intendendo con quest’ultimo termine la politica al traino della Nato e i tentativi di ostentare una politica imperialista da parte del coacervo di Stati della Ue. La testimonianza di Padre Halemb, responsabile internazionale di un una organizzazione cattolica, lamentava l’indignazione dei siriani di fronte alle notizie riportate, che si sentivano “ingannati e usati” e avevano sempre più chiara la consapevolezza che l’Occidente inseguisse “unicamente i propri interessi”. Fin dal 2012 i cristiani della Siria, minoranza rilevante nel Paese, hanno compreso che si stava unicamente procedendo nella costruzione del nemico Bashar al-Assad, e quindi nella mistificazione della realtà. Padre Halemb scongiurava a tal proposito le “ volgari falsificazioni che, senza vergogna, trasformano piccole proteste in immense manifestazioni con centinaia, se non migliaia di dimostranti”, centrando un punto estremamente importante nel successivo evolversi del conflitto: ignorare completamente e volontariamente le testimonianze oculari per fidarsi di fantomatici osservatori ed attivisti che alloggiavano unicamente ai confini con la Siria e raccoglievano ipotetiche testimonianze di terzi. “In molti casi” – continuava il prelato – “le immagini fornite sarebbero fotomontaggi creati utilizzando fotografie della guerra in Iraq e di altri conflitti recenti”. Intanto Padre Halemb forniva le prime cifre: 230mila persone fuggite da Homs, altri intrappolati nella città con le vie di rifornimento completamente interrotte, 500 famiglie cristiane che avevano trovato rifugio a Marmarita, alla frontiera libanese, i greco-melchiti ridotti alla fame aiutati solo dal circuito della beneficenza.
Era il luglio 2012, gli eventi successivi e soprattutto le numerose inchieste hanno solo confermato quelle che allora sembravano congetture architettate per chissà quale motivo. Eppure l’Occidente, altrove strenuo difensore dei valori cristiani, persino oggetto di dibattito acceso nella costituzione ad esempio dei simulacri europei, oggi sembra schierarsi compatto contro i nuovi terroristi, i mostri del SIIL, creature partorite dallo stesso progetto di destabilizzazione. Una contraddizione palese, tra le tante, che sembra sfuggire ai meno attenti. Forse solo malafede.



Prove di governo fondamentalista: il silenzio dell’Occidente

Il calvario dei cristiani in Siria è iniziato pochi mesi dopo l’avvio del conflitto. Completamente inosservato, taciuto, nascosto. L’arcivescovo maronita di Damasco, monsignor Samir Nassar, nel 2012 chiedeva aiuto alla comunità internazionale. Profughi, aumento del costo della vita, persone costretti a fuggire dalla Valle dei Cristiani, conosciuta come Wadi al Nasara: 150mila persone, soprattutto greco-ortodossi, vivevano nel terrore in 40 villaggi.
Il 17 dicembre 2012 “The Indipendent” (tra i pochi a fornire qualche spunto critico sul conflitto) forniva un resoconto dei primi attacchi alla città di Maalula, tragicamente oggetto di eccidi e di una lunga battaglia anche nei mesi successivi. I tentativi di rapimento dei cristiani più ricchi della comunità da parte di uomini armati appartenenti alle frange degli integralisti erano letti come il preludio di una catastrofe. Gli stessi turisti europei non erano più visti di buon occhio perché simbolo di una comunità internazionale ampiamente coinvolta nel massacro della Siria. I cristiani temevano non la guerra in sé, ma la fine del conflitto: nuovi integralismi allo sbaraglio. Nello stesso mese giungevano le prime notizie da Ras Al-Ayn, a confini con la Turchia, descritta come una cittadina tranquilla dove la gente aveva vissuto in pace grazie anche alla mediazione della Chiesa fra tutte le comunità, soprattutto arabe e curde, diventata teatro di atrocità e di morte. Nella Valle dei Cristiani, Il “fuoco delle milizie islamiste”, come viene descritto dai testimoni, avanza senza tregua. Nessun giornale sembra accorgersene, nessun programma televisivo dedica speciali. Pochi mesi dopo a Raqqa, centro al confine turco conquistato dall’ESL e dalle brigate al-Nusra e Arianna al-Sham , una bandiera issata in cima ad un pennone nel piazzale antistante il palazzo del governatore, riportava il messaggio degli integralisti: “Non c'è altro Dio che Allah e Maometto è il Messaggero di Allah”.


Quando la verità viene a galla i media occidentali non chiedono mai scusa. Omettono. Poi spostano l’attenzione su altre presunte tragedie, guarda caso sempre in agguato quando l’acqua diventa torbida. Il conflitto siriano è stato perso dagli Usa e dagli alleati, compresa l’Europa, anche sulla battaglia dell’informazione. Il dimenticatoio si nutre di malinformati, di superficiali e di persone che pensano possa essere normale sbagliare. I professionisti dell’informazione sono oggi addetti a manipolare e compiacere, non sono in buona fede. Lo hanno dimostrato e lo dimostrano quotidianamente. Il silenzio è complice. Pure l’omissione.


Per maggiori informazioni
http://www.zenit.org/it/articles/sulla-siria-troppa-superficialita-da-parte-dei-media
http://assadakahsardegna.com/rassegna-stampa/assad-difensore-della-liberta-il-voltafaccia-re-giorgio
http://orizzontiliquidi.blogspot.it/2013/04/il-nyt-si-accorge-che-losservatorio.html
https://www.youtube.com/watch?v=T_-Cy1c7KsE
http://assadakahsardegna.com/in-evidenza/la-deputata-maria-saadeh-incontra-le-istituzioni-italiane
http://assadakahsardegna.com/in-evidenza/malula-maria-saadeh-rai-news-24
https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=YWNMXUO0FiI
http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2012/12/23/NATALE-2012-Suor-Marta-Homs-Siria-tutto-il-male-che-sta-intorno-a-noi-fa-spazio-al-Bambino/2/349737/
http://www.oeuvre-orient.fr/2012/12/20/syrie-temoignage-de-la-vie-quotidienne-a-alep/
http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/persecution-of-the-christians-syrian-minority-fear-the-end-of-fighting-more-than-war-itself-8422977.html



Immagine: Grigoris Georgiou

mercoledì 13 agosto 2014

Fama di bocca…




Melinda Parkinson aprì la rivista di attualità e le parole di un tal Allan Pease, psicoterapeuta australiano considerato uno dei più grandi “esperti di comunicazione e linguaggio del corpo”, provocarono il solito effetto alle sue labbra: un tremore indisturbato e pure incontrollato iniziò a diffondersi concentrandosi sotto la narice sinistra del suo naso. Fastidioso, a tratti pungente, spesso le provocava una raffica di starnuti che avevano come conseguenza l’improvviso lacrimare degli occhi e lo scioglimento del trucco messo con tanta cura come ogni sacrosanta mattina.
“Quali segnali ci avvisano che un politico sta mentendo? Le labbra che si muovono”, scriveva il tale Allan sulla rivista, quasi una massima da stampare tra le pareti dell’ufficio o mentre si guardava l’ennesimo noioso telegiornale delle 13. Lei non era politico né stava mentendo, cercava solo di capire perché nei momenti meno opportuni, che coincidevano spesso con quelli di imbarazzo, nervosismo , agitazione, il suo labbro superiore si metteva in movimento in maniera spasmodica come il naso di un coniglio impegnato a controllare la quantità d’aria da rigurgitare. Qualcuno avrebbe giurato che, dopo l’intervento di cheiloplastica, le sue labbra fossero intente a pronunciare, in maniera indipendente, qualche arcana parola mentre sollevava e abbassava l’arcata superiore del muso.
La linea ridisegnata delle labbra, imbottita di una sostanza evidentemente tremolante, seguiva più l’istinto che la ragione, riuscendo a far svanire le soddisfazioni provate dopo l’intervento. Ricordava di essersi guardata allo specchio dopo molti giorni: un’altra donna, domato persino lo strabismo di Venere che piaceva a tanti uomini e che a lei provocava un senso di fastidio perché toglieva fascino al suo sguardo. Qualche uomo, fino a quel momento, l’aveva spesso guardata cercando di capire quale fosse l’occhio da seguire, un po’ troppo abbassato per la verità. La struttura curvilinea del suo sguardo si lasciava scendere fino a conferirle l’espressione di un cane bastonato o forse di un pesce lesso; nel mezzo le cadeva un naso non proprio male,forse troppo squadrato in lunghezza, che scendeva comunque lineare fino a quella che aveva sempre considerato una banale bocca da persona normale e insipida. In realtà la linea del naso poggiava su un solco che apriva due labbra sottili come un filo: era difficile persino mettere la matita tracciando una sola linea, dritta. Nulla di corposo, una traccia inconsistente e suo nonno affetto da Alzheimer che nei momenti di lucidità continuava a ripetere una nenia: “Mio padre diceva sempre, labbra affilate lame di coltello!”.
Così, con questa affermazione che le ronzava nelle orecchie, quasi profetica e persino sovversiva, un giorno banalissimo di fine maggio aveva deciso di recarsi da un chirurgo e di far spazio nella sua vita ai bisturi. Un po’ di gonfiore scacciato dormendoci sopra, rigorosamente senza guardarsi allo specchio, fino al momento in cui due labbra petali di rose si erano annidate al posto di scialbe linee e improvvisamente si era sentita donna, forse ancor più femmina, con addosso una gran voglia di truccarsi e uscire. Ricordava la prima volta che aveva messo piede fuori. Effetto sbiadito il fastidioso modo in cui la osservavano. Qualcuno sembrava quasi non riconoscerla, qualcuno si scusava per non averla salutata in tempo utile, 4-5 secondi dopo l’incrocio degli occhi, una bambina, adolescente ancora senza forme, aveva tirato fuori la solita frase che apriva mille suggestioni: uguale alla Moric. L’effetto sorpresa, borbottio, complimenti spesso fasulli, si era esaurito tra i conoscenti nell’arco di un mesetto, il tempo che tutta la cittadina in cui viveva si fosse accorto dell’accadimento. Se ne era parlato per molto, risatine, etichette, tutti psicologi improvvisati, poi alla fine, come sempre, alle persone non fregava molto della vita altrui tranne impicciarsi opportunamente dei fatti più macabri o di quelli intimi. La gente non era mai capace di farsi i fatti suoi, aveva pensato a un certo punto. In realtà quel pensiero era sempre più ricorrente mentre sgranava i giorni come rosari. Avrebbe voluto essere guardata nel complesso, come se avesse una bocca naturalmente grande. Un giorno, mentre attraversava i vagoni della metro di Roma, si era fermata d’istinto di fronte a una donna. Aveva le labbra disegnate in maniera perfetta, nessun ritocco chirurgico. Si guardavano a vicenda senza frasi notare troppo; sguardi di sbieco, a tratti indifferenti.
Melinda riusciva a leggere nei suoi occhi il solito pregiudizio che accompagna le labbra rifatte. Nessuno capace di osservarla per la sua perfezione, la bocca era preventivamente cadente, viscida, si teneva su per sbaglio. Era scesa un po’ scocciata, una punta di invidia. In quel preciso istante, per la prima volta era cominciato incontrollato il tremolio. Le labbra le erano sembrate budini sfilacciati pronti a cadere, forse budella appoggiate sul suo volto; aveva disperatamente cercato di nascondere l’effetto con un fazzoletto verde, ma persino l’occhio affetto da strabismo si era lasciato coinvolgere in quel giochino senza testa né coda, mettendosi a ballare una sorta di tango regolare. Occhiali da sole e fazzoletto, aveva saltato l’appuntamento con un’amica: nessuno aveva il diritto di vederla in quello stato.
Continuava a pensare alla donna nella metro: a lei avrebbero solo ammirato le labbra tanto erano perfette, sensuali, carnose. Più pensava e più il tremolio cresceva infastidito. Da quel giorno aveva avuto addosso la strana e perdurante sensazione che gli sconosciuti per strada la guardassero e si leggesse nei loro occhi una sola considerazione: “Ha le labbra rifatte! Diventano tutte uguali”.
Così, mentre correva amabilmente come ogni sera al tramonto, sguinzagliando la coda di cavallo a mo’ di batacchio e muovendo il sedere con cadenza regolare, le persone la guardavano di profilo sorpassare e lei sentiva i loro occhi in maniera persistente e quasi ossessiva poggiati sulla bocca. La sua bocca! La bocca di Melinda, finalmente corposa, finalmente come lei aveva sempre sognato. Non aveva forse diritto ogni essere umano a giostrarsi nella selva dei sogni? Perché la tracotanza delle persone non si arrestava davanti ai desideri realizzati? Quelle labbra erano l’altrove da sempre cercato, in cui cullarsi e dove specchiarsi. Finalmente - sbottò un giorno suo nonno - nessuno in famiglia ha fastidiose lame taglienti di un coltello al posto delle labbra!



Immagine: Catherine Chauloux

sabato 2 agosto 2014

L’amore ai tempi delle psicosi




Quando Raimondo De Barrio si svegliò quella mattina, capì subito di dover stilare l’inventario dei volti o vuoti che aveva lasciato andare. Erano facce che dovevano chiedergli perdono, per le psicosi con cui avevano centrifugato la sua vita chiedendogli di fermarsi ogni volta a rielaborare e digerire fiumi di comportamenti anomali, pescati nel mare delle più recondite contraddizioni. Almeno così pensava.
Aveva avuto tante donne, a pensarci bene, persino troppe per ricordarne i dettagli. Eppure lui le aveva accettate tutte, con le loro psicosi da strapazzo e spesso da quattro soldi. Gli sfuggivano i volti, spesso i nomi, erano volati via i segni caratteristici su cui sembrava ogni volta si soffermasse attento a guardare, eppure ricordava perfettamente gli astratti e inspiegabili voli delle loro menti, guizzi che esploravano la follia fino a trasformarla in atteggiamenti. Aveva provato freneticamente a tornare a capo della situazione affettivo, emotiva, sentimentale di molti anni addietro, ma si era perso tutto nella notte dei tempi o nell’ultima notte del letto. Confuso. Tanto valeva tentare un approccio meno invasivo alle sue rimozioni: c’era una spiegazione a tutto, anche alla rimozione. Meno al dimenticare di dimenticare, per cui quella mattina gli sembrava che galleggiassero tra odori della notte e la prima luce che filtrava tra le persiane, alcune accettazioni che ben dimostravano la sua generosa e compassionevole mistura di amore e dedizione. L’inventario poteva dirsi completo, almeno di quelle che ricordava per averle frequentate negli ultimi anni.
C’era stata quella che aveva definito, senza ovviamente dirglielo mai, noiosamente ammalata di nevrastenia legata all’indaffarato occuparsi del prossimo. Una donna strana, lo aveva intuito subito. La mattina si alzava alle 5, massimo alle 5,30, si occupava del pranzo prima di andare a lavoro e preparava merende diverse a seconda dei gusti dei suoi tre bambini. Ricordava un particolare abbastanza serio, chiaro indice di una nevrastenia in atto, persino difficilmente curabile. Durante l’estate che avevano trascorso assieme, questa donna che stendeva a tutte le ore il bucato, seguiva i figli nei compiti, lavorava il resto dell’anno e riusciva persino a giocare con loro, ogni tanto in spiaggia sdraiata dormiva. Esattamente come i depressi. Era persino stanca! Lui riposava intere ore durante il giorno, era vero, ma lo faceva per piacere, per rilassarsi, per essere più attivo. Durante una delle sue sedute di osservazione dell’elemento in questione, prima di consigliarle vivamente di farsi seguire da uno psicoterapeuta, aveva attentamente riletto la definizione di “nevrastenìa (o neurastenìa) s. f. [comp. di nevro- (o neuro-) e astenia]. – Stato di debolezza nervosa, dovuto soprattutto a fattori costituzionali, che si manifesta con irrequietezza di tipo ansioso, prostrazione generale, diminuita capacità lavorativa, sentimento di tedio, e anche ipereccitabilità, cefalea, palpitazioni e varî disturbi gastrointestinali e circolatorî” sul vocabolario Treccani. Certo non corrispondevano i sintomi, nemmeno uno, ma era convinto di doverla spedire da un amico di fiducia, uno che lo aveva aiutato in passato.
Aveva avuto anche una donna che amava definire fondamentalista. Questa era bionda però, con banali occhi castani. Strana era questa tipologia, forse tra le più strane! Aveva rinunciato per anni al piacere perché cercava – così raccontava – l’uomo ideale che le insegnasse a essere donna completa. Ogni volta che lui enumerava le sue relazioni, così ricche di dettagli e colpi di scena, così foriere di storie d’amore intense e vissute, lui le faceva pesare sistematicamente una sua riflessione: non le piacevano gli uomini più piccoli. E come voleva chiamarsi questo aspetto se non patologia? Lei cercava di spiegare ogni volta, prima indifesa, poi evidentemente scocciata, che si trattava non di una condanna o principio universale, ma di una sua condizione. Non c’era nulla da spiegare. Solo falso moralismo! Che altro nome si poteva dare? L'aveva accettata, ma anche a questa aveva ovviamente consigliato una psicoterapeuta, meglio il suo amico, così avrebbe aiutato anche lui a capire se stesso.

L’ultima donna della lunga lista la ricordava con una sorta di disprezzo intellettuale misto a superiorità di quelle che si potevano facilmente sbandierare. Inutile farsi umili di fronte a una siffatta tipologia di esseri umani! Questa donna amava Bukowski, per un motivo che spiegava in maniera pure complessa e macchinosa secondo lui. Aveva a che fare con una lettura oltre le righe, tra le pieghe della miseria umana, con tratti geniali. Lui amava ricordarle una sua frase, imparata con difficoltà a memoria: “il problema è che le persone intelligenti sono piene di dubbi mentre le persone stupide sono piene di sicurezza”. Lei continuava a ripetergli che si trattava di una frase del filosofo Bertrand Russell, ma era proprio questo incenso dai contorni definiti e saccenti a infastidirlo! Lo inghiottiva fino a fargli perdere il senno. Era vero che aveva letto un solo libro di Bukowski, precisamente “Donne” o qualcosa del genere, a stento ne ricordava i personaggi, ma sapeva di aver colto l’elemento portante della poetica di questo tipo che piaceva a tanta gente: il disprezzo per il mondo femminile. Lontano da lui un simile atteggiamento! Lui le femmine le amava e le considerava importante completamento della sua indole pure irrequieta. Dal canto suo, questa donna dai capelli color rame e lo sguardo color del fiume in tempesta, aveva letto quasi tutto del vecchi Hank, eppure non era riuscita a cogliere i tratti essenziali che riusciva a vederci lui, solo lui sembrava. Lei era malata di ignoranza e presunzione, imperdonabile, una sorta di parere che definiva personale ma incontrava il gusto di molti. Ovviamente essenziale il consulto di uno bravo, magari il suo amico.
Fu proprio in quell’istante, mentre il pomeriggio volgeva al termine, stanco di affondare le mani nel passato, che pensò di salire in macchina e raggiungere il suo amico psicoterapeuta. Era molto tempo che non lo vedeva, avrebbe potuto chiedere delle sue donne, del suo occhio esperto in materia. Passava il tempo a leggere manuali di psicologia, d’altronde era la sua ragione di vita. Guidò talmente sereno che ebbe la sensazione che la sua auto sfrecciasse veloce come se riconoscesse quella strada. Suonò il citofono! Era a casa, finalmente.



N.d.A: A volte la realtà supera persino la fantasia.
Immagine: Ile de France